Cresciuto nella periferia dell'impero, Thorimbert ha rinnovato negli anni '80 la fotografia di moda, innestandovi l'amore per il realeRaised on the outskirts of the empire, Thorimbert renewed in the '80s fashion photography
Il «rapper della fotografia». Così è stato definito da Silvia Paoli, in contrapposizione all’aristocratico Giovanni Gastel, Toni Thorimbert. Classe 1957, egli ha segnato un’epoca, rinnovando il repertorio della fotografia americana e contribuendo al rilancio della fotografia d’autore negli anni ‘80’, gli anni definitivi dell’affermazione del made in Italy.
Ma da cosa nasce questo sguardo rinnovato? Dalla storia personale, innanzitutto. Thorimbert non proviene, come tanti colleghi, dal «centro dell’impero», ma dalla periferia. Suo luogo d’elezione è Pioltello, in provincia di Milano, ove è cresciuto e ha passato l’infanzia. È qui che ha cominciato, un po’ per caso, un po’ per scelta, a scattare. Sono i coetanei i soggetti preferiti di Bambini di Pioltello (1973): dodicenni con la sigaretta in bocca e lo sguardo duro, già segnato dalla vita, che tanto ricordano l’immaginario neorealista del dopoguerra.
Di lì alla moda il passo è breve. Fondamentale, nel 1984, è il servizio sui paninari, il mitico movimento giovanile, allora in voga. A differenza di reportage, pure innovativi, come Luna Park (1981) e Quarto Oggiaro (1976-77), il mondo dei paninari viene ricostruito in studio, illuminato ad hoc e con l’ausilio di macchinari, come quello del fumo. Non solo: per la prima volta, l’attenzione dell’artista viene attratta non tanto dall’ideologia del movimento quanto dall’abito che, più dei volti, più delle posture dei corpi, ne palesa il mondo morale.
Per Thorimbert, si tratta di una vera e propria svolta. Quando, negli anni ’90, emigrerà negli Stati Uniti, collaborando ad alcune riviste, egli non farà altro che adattare quello stesso sguardo alle esigenze della nuova committenza, ambientando le scene nella strada, la realtà. Cambiano i soggetti, non cambia il modo di atteggiarsi dinanzi all’obiettivo, o il modo di tenere la sigaretta. Non c’è differenza, per Thorimbert, tra il modello strapagato e il ragazzo di strada di Pioltello. La rivoluzione è compiuta: per la prima volta, egli dà al pubblico il brivido di essere l’osservatore privilegiato di un mondo periferico.
Ed ecco, allora, il significato storico dell’operazione compiuta da Thorimbert. Contraddicendo l’immagine patinata allora in voga, bella esteticamente, ma nel fondo asettica, impersonale, egli porta l’attenzione dello spettatore ad interrogarsi sulle modalità di (auto)rappresentazione dell’identità. Come molti altri colleghi di quegli anni, rivendica il proprio ruolo di autore: con Thorimbert, la moda cessa di essere un episodio meramente commerciale per esprimere il mondo personale dell’artista, la sua poetica, la sua personale visione del mondo.
Non è un caso che Thorimbert abbia manifestato più di una perplessità a fotografare un soggetto come il lusso: per lui, al contrario – per citare un solo esempio – dell’aristocratico Gastel, esso rappresenta un mondo altro, lontano dal proprio humus culturale, e per questo neutro, impersonale, incapace, per questo, di suscitare emozioni. Ragion per cui, esso può essere raccontato solo col filtro dell’ironia.
Non si tratta, tuttavia, di una rivoluzione permanente. Quella portata avanti da Thorimbert rimane figlia di un momento storico irripetibile, gli anni ’80, che per la prima volta hanno imposto nel mondo lo stile italiano. Con il nuovo millennio, di nuovo, tutto cambierà. Complici i cambiamenti nel mercato, la fotografia americana tornerà a dettare legge e quella europea ad assecondarne il trend. Pure il corpus di queste opere è destinato a rimanere nella memoria. A riprova e testimonianza di un modo diverso e più personale di fare fotografia di moda.