Protagonista all'ultima Biennale Teatro di Venezia, lo scenografo di Ostermeier racconta il suo percorso alla Schaubühne di BerlinoProtagonist of the Biennale Theatre in Venice, the production designer of Ostermeier talks about his path at the Schaubühne in Berlin
Dei tanti teatri che Berlino può vantare, la Schaubühne am Lehniner Platz è certo uno dei più importanti. Originariamente denominata “am Halleschen Ufer” per la sistemazione povera e periferica, col trasferimento nell’ex cinema progettato da Mendelssohn negli anni ’20 e il restauro di Karl-Ernst Hermann, le tre sale modulari e unificabili, concretizza l'ideale del Bauhaus di un teatro totale. È qui che Peter Stein (1937) immortala capolavori come il Peer Gynt di Ibsen (1971), Il principe di Homburg di von Kleist (1972), I villeggianti di Gorky (1974), Come vi piace di Shakespeare (1977) o l’Orestea di Eschilo (1980), alla quale deve la fama.
Ci voleva un grosso nome per continuare la tradizione, dopo l’addio di Stein, nel 1985, dalla direzione artistica. Nel 2005 quel nome è arrivato: si chiama Thomas Ostermeier (1968). Giovanissimo, con un pugno di valevoli attori e scenografi, ha mantenuto gli standard del predecessore imponendosi per lo stile energico, irriverente, antinaturalistico, che trova nella scomposizione dello spazio e l’attrazione empatica del pubblico il proprio cavallo di battaglia. Jan Pappelbaum (1966) è, di questa rivoluzione, l’esecutore materiale. Ex studente di architettura a Weimar “prestato” al teatro, dopo l’incontro, nel 1995 al Weimer Art Festival, con Ostermeier, persegue un ideale “totalitario” di fusione tra palco e platea, sfondando le tradizionali barriere architettoniche. Altro punto nodale di questa ricerca è il principio del materiale associativo: mai riducibili ad un mero naturalismo, le scenografie di Pappelbaum sono segnate da un elemento simbolico, naturale, extratemporale, che stimola l’immaginazione del pubblico e l’azione dell’attore, come il petrolio per Otello, l’oro per Misura per Misura o la terra per Amleto, rivisto di recente alla Biennale Teatro di Venezia.
C’è, tuttavia, un’evoluzione nel modo che Pappelbaum ha di approcciare lo spazio: agli inizi della carriera, l’attenzione è concentrata sull’intero “edificio teatro”, si pensi alla tribuna monumentale di Lars Noren, collocata al centro, o alla periferia urbana a 360°, omnicomprensiva, del Woyzeck. La difficoltà di esportare all’estero i lavori, i costi e gli inevitabili problemi acustici, spingono, tuttavia, Pappelbaum a restringere progressivamente lo spazio dell’azione, creando installazioni sceniche più snelle e versatili, modulabili, senza rinunciare, per questo, al rapporto creativo con lo spettatore. Esemplare, in questo senso, è la scena-foyer del Sogno di una notte di mezza estate, ispirata ai grandi centri commerciali, fotografati preventivamente da Pappelbaum, in cui gli attori possono interagire liberamente con il pubblico. O, ancora, il palco rotante di Hedda Gabler, modellato sui tanti visti nelle concessionarie di automobili, l’hotel di lusso di Dannati di Sarah Kane, il camper di Better Days o la tenda a catena translucente di Hamlet e Otello, presa dai bar notturni: sono dei veri e propri quadri di vita ordinaria, quelli modellati dall’architetto-scenografo, realtà vive, potentemente poetiche, da cui lo spettatore è attratto, e nelle quali vorrebbe vivere.
La morale è presto detta: il teatro, per Pappelbaum e Ostermeier, è, prima di tutto, un’esperienza umana e politica, un rito partecipato che cerca e vuole il suo pubblico. Non c’è tempo per speculazioni intellettuali o esercitazioni estetizzanti fini a sè stesse, tutt’al più appetibili per una ristretta élite. Collocata al di fuori della cerchia storica dei grandi teatri di Berlino, il Deutsche Theater, il Berliner Ensemble, la Schaubühne nasce e vive come teatro studentesco. Ed è questa, in fondo, la ragione per cui questi spettacoli ci sembrano tanto attuali. Un pugno allo stomaco che stupisce e convince, come dovrebbe essere per ogni autentica manifestazione artistica.