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Space invader (1969)

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2011/10/13

 
 




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Gli alieni dell'arte invadono il mondo con le loro piccole pillole di bellezza.


All'inizio fu un videogioco talmente celebre che in Giappone le monetine che venivano utilizzate per avviarlo nei bar e nelle sale giochi andavano ad esaurirsi e la zecca dovette intervenire ad aumentarne il conio. Con Pac Man è stato certamente il più famoso degli arcade: Space invaders, con il cannoncino che schizzava in basso allo schermo e distruggeva gli alieni che calavano dall'alto, è stato il mito della generazione che ha vissuto la nascita dei grandi baracconi colorati e rumorosi che via via iniziavano a surclassare biliardi e calciobalilla.

Quando camminiamo per le strade di Parigi, Los Angeles, Montpellier e troviamo uno di quei celebri mostriciattoli appiccicati al muro ormai tutti sappiamo che sono le opere di Space Invader, artista senza nome di cui si sa con certezza soltanto che è nato in Francia. Una geniale trovata, una provocazione e un intervento urbano posato, diretto, costruttivo, vitale.

Piccoli mosaici, gli alieni del videogioco sono rielaborati e costruiti in forma di "composizione pixelata", poi incollati a calce viva nelle parti più visibili o nascoste, quasi a invitare sia nel primo che nel secondo caso lo spettatore a cercare qualcosa di nuovo e di meno usuale sulle porzioni di città che migliaia di volte ha visto e vissuto.

I muri più cadenti, quelli solitamente degnati di visite soltanto dai cani, diventano la cornice di uno spettacolo artistico aperto a tutti. Apperentemente la scelta è casuale, invece le posizioni dei mosaici sono lungamente studiate: a Montpellier, per fare un esempio, se vengono tracciate sulla mappa (e qualcuno le ha messe anche su Google Maps) formano un grande affresco "virtuale", una invasione virale dallo spazio, colossale nella sua metodicità, che affolla tutta la città.

Negli anni più recenti Space Invader ha ampliato il suo raggio d'azione e ha sperimentato particolari sculture e giochi prospettici che partono dall'utilizzo del cubo di Rubik. Per poi rinnovare i suoi famosi "alieni" usando i quadretti per formare dei Qr code. Avete in mente il codice a barre? E' una cosa simile: si avvicina il cellulare, si fa una fotografia, si usa un'applicazione-scanner e compare il messaggio che l'artista ha voluto inviarvi.

Chiamatela meta-arte tecnologica se volete: leggete i messaggi e vi spunterà spesso un sorriso di ammirazione o di semplice divertimento. Il contenuto sarà comunque arrivato potente, come potenti sono questi esserini che colonizzano i nostri centri urbani.

Ricordandoci che oltre alle automobili, agli orrendi centri commerciali, alle rotatorie alla francese forse in città si può ancora pensare di fare qualcosa di... bello.



MANUELE GROSSO for ARTITUDE
 

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