In mostra da Marconi le opere più recenti di Gianfranco Pardi e gli inediti del 1977-78, per ricostruire un trentennio di inesausta sperimentazione
MILANO - Sono passati più di trent’anni da quando, nel 1977-78, Gianfranco Pardi (Milano 1933) realizzò le Diagonali. Il gap con i Senza Titolo del 2010, in mostra, come gli altri, alla Fondazione Marconi (fino al 30 aprile), è evidente. Sono defluite le neoavanguardie, il mosaico del contemporaneo si è spezzettato in una miriadi di filoni minori e minimi e mutata, dopo i cicli degli anni Novanta (Montagna Sainte-Victoire, da Cézanne, Confini, Ferri, Nagima, Box e Homeless) e la stagione delle Grandi sculture (tra le altre, Casa Zanaria, Rue de Bièvre, Parigi 1998; Soundtrack, SNAM San Donato Milanese 1999; Danza Didier, Bruxelles 2003; Danza, 2006, Piazza Amendola, Milano), è la sensibilità dell'artista.
Sorprende tuttavia rinvenire, nella diversità, i temi di sempre. L’indagine sulle possibilità costruttive della forma che sempre ha accompagnato Pardi - da quando, ancora giovane, abbandonò le tonalità neometafisiche degli esordi per accostarsi alla lezione del Suprematismo e del Costruttivismo di Malevic, Tatlin e Lisicskij, oltre che del Neoplasticismo olandese di Mondrian e Van Der Rohe - torna nelle opere del nuovo millennio, sigillando un percorso di intrinseca bellezza, tra i più rigorosi nel secondo dopoguerra.
La disarticolazione delle linee, degli angoli e delle rette; la decostruzione dell’immagine; la manipolazione della percezione dello spazio, su cui aggettano le linee e le forme inscritte nella tela; l’indagine sulle infinite possibilità del costruire; la rottura della continuità della superficie; la fusione armonica di disegno, pittura e scultura entro un ordito di matrice architettonica; la predilezione per i grigi, i neri, i bianchi madreperlati, i blu, i gialli e in genere i colori che mai rimandano al naturalismo, come il verde o il rosso: ecco, ieri come oggi, i temi prediletti dall'artista.
Se, però, nelle opere degli anni Settanta l'indagine di Pardi trova sbocco in un immaginario rigorosamente geometrico – «un sistema di intersecazioni diagonali, come una griglia topografia sulla superficie della tela, aperta a differenti soluzioni di percorso» – negli inediti del 2010 essa si dilata in forme più liriche, distese, leggermente ruotate rispetto alla tela, su cui mai vengono compresse. Muta anche l’approccio alla pittura, che viene direttamente applicata su tela grezza con acrilici fluidi, in modo che la superficie non venga coperta interamente dal colore.
Nel mezzo, a tenere le fila, ecco i multipli, gli oggetti, i disegni e i progetti realizzati in trent'anni di ricerca, ora in mostra allo Studio Marconi. Obelisco (1969), in acciaio e ottone; Sistema (1976), in acciaio; Body Building (1985) e Danza (2006), in ferro verniciato, arricchiscono il portato culturale delle opere maggiori, moltiplicanone le linee di sviluppo, le ipotesi di ricerca, le possibilità costruttive. Sono fantasie rigorose, intransigenti e silenziose, che dicono molto con poco, ravvivando la tradizione di alcune tra le più significative esperienze avanguardistiche del secolo scorso.