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VIOLENCE L'arte interpreta la violenza

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2012/05/22

 
 




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Nell'ambito della Biennale Donna, sette artiste di statura internazionale riflettono sulla sopraffazione di genere


La violenza sulle donne al centro di Violence - L'arte interpreta la violenza, al Padiglione d'Arte Contemporanea di Ferrara fino al 10 giugno, nell'ambito della quindicesima Biennale Donna. Sette artiste di statura internazionale, con vissuti, esperienze e percorsi molto diversi tra loro, indagano la sopraffazione di genere nelle sue declinazioni più svariate: da quella individuale a quella familiare, da quella culturale a quella politica, fino a quella sociale. In mostra le opere di Valie Export, Regina José Galindo, Loredana Longo, Naiza H. Khan, Yoko Ono, Lydia Schouten e Nancy Spero. Lungo il percorso espositivo si alternano una molteplicità di generi e di linguaggi espressivi, dalla scultura al disegno, dalla videoarte alle installazioni.

La pakistana Naiza H. Khan propone un emozionante quanto minaccioso esercito, composto da sculture a grandezza naturale che pendono dal soffitto e sembrano avanzare. Le insolite armature, che nei tessuti e nelle forme richiamano la tipica lingerie femminile, incarnano corazze fredde e allo stesso tempo intime e drammatiche, a sottolineare da un lato la protezione e dall'altro la costrizione e l'oppressione. Il lavoro di Khan, che ha ispirato anche una serie fotografica, mette a nudo i paradossi della società pakistana, abbattendo le usuali barriere dell’universo femminile e rivelando l’ambivalenza delle costrizioni fisiche e spirituali delle donne del suo Paese.

L'artista nipponico-americana Yoko Ono, molto nota per la sua militanza pacifista e per il suo impegno a favore dei diritti umani, propone due video legati al controverso lavoro Cut Piece. Nei filmati scorrono le immagini di una performance che Yoko Ono ha tenuto prima a New York e poi a Parigi: immobile e inginocchiata sul palcoscenico, l'artista invita gli spettatori a fare a pezzetti il suo vestito, fino a lasciarla praticamente nuda.

Nell'installazione site specific di Loredana Longo, invece, il corpo umano lascia il posto al freddo cemento. Un semplice pavimento si trasforma in un drammatico cimitero di vestiti, dimenticati ed abbandonati. La ricerca dell'artista siciliana evidenzia un intimo rapporto con la cronaca e più precisamente con i temi delle morti sul lavoro e  dell’emancipazione delle donne, prendendo spunto dal terribile incendio di una fabbrica di camicie che avvenne a New York, il 25 marzo 1911. Persero la vita 146 donne, tante quanto il numero delle piastrelle che compongono il pavimento dell’opera. Le camicie, imprigionate nel cemento, sono costantemente calpestate e violate dai visitatori, trasformati in inconsapevoli carnefici.

Valie Export, che sul finire degli anni sessanta fu tenace protagonista di quella corrente artistica che ruppe i vecchi stereotipi sulla funzione sociale e sessuale delle donne, irrompe a Ferrara con un'installazione monumentale dal titolo emblematico: Kalashnikov. L'opera si compone di una torre alta più di tre metri, costruita con 105 fucili da caccia, che riflettendosi nell’olio esausto alla base della scultura, rimandano chiaramente ai conflitti sanguinosi mossi da interessi economici, a partire dalla guerra  del petrolio. Di fianco all’installazione due video particolarmente crudi, che proiettano immagini della guerra in Iraq e delle esecuzioni capitali in Cina.

La guatemalteca Regina José Galindo, attraverso le sue performance estreme, denuncia la difficile realtà del Paese da cui proviene, caratterizzato da una crescente violenza sui più deboli, che sembra restare tragicamente impunita, mentre la videoinstallazione dell’olandese Lydia Schouten, incentrata sull’esperienza dell’artista a New York, coglie l'impressionante livello di violenza e di criminalità che invadeva le strade della Grande Mela negli anni ottanta. L'opera della Schouten prende spunto dalla cronaca quotidiana, riportando notizie di aggressioni, omicidi e crimini realmente accaduti durante la sua permanenza nella metropoli. Il lavoro è impregnato di un’atmosfera cupa e surreale, esasperata dalla luce turchese che pervade l’ambiente, mentre gli scatti, i video e gli oggetti che compongono l’installazione accentuano la percezione di angoscia sperimentata dalle vittime dei crimini narrati.

Il percorso espositivo si chiude con un omaggio all'artista americana Nancy Spero, scomparsa qualche anno fa. In mostra una selezione di disegni e una tagliente installazione esposta per la prima volta in Italia. Tutte le opere sono legate alla battaglie che la Spero, storica esponente femminista, ha condotto per una vita contro la violenza politica e la dominanza sessista maschile.



STEFANO BUDA for ARTITUDE
 

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