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No Order: quale futuro e quale libertà per l'arte?

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2011/06/11

 
 




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Lingua Inglese e Italiano
Pag. 394
Anno: 2010
Editore Archive Books


Nell'era del capitalismo cognitivo, sempre più risicati sono gli spazi di libertà concessi all'arte, compressa entro format predefiniti.


Si sente parlare da più parti, oggi, di “rinascita”. Almeno a livello ideale. La si avverte nell’aria, si intravede nelle piazze d’Europa, del Medio Oriente. Dopo anni di oscurantismo, la gente riscopre il senso della partecipazione collettiva alla vita pubblica. Vuol essere un po’ questo il punto di partenza di No Order. Art in a Post Fordist society, la nuova rivista di Naba, edita dall’Archive Books di Berlino e diretta da Marco Scotini (cfr. News). Con un padrino d’eccezione: quel Sylvère Lotringer che, col suo Semiotext(e) e i vari corollari (celebre quello per l’Italia, con Christian Marazzi), rappresentò un punto di svolta per la definizione della società post-politica e post-industriale, postriore al 1968.

Nata dentro l’arte, per l’arte, No Order riparte dai contesti, le macrostrutture che ne condizionano, aprioristicamente, le estetiche. Non è teoricamente possibile sradicare l’arte dall’economia, la sociologia. Una delle caratteristiche salienti del post fordismo è, di fatto, la pervasività. A seguito della smaterializzazione dei prodotti e l’esternalizzazione dei meccanismi produttivi, non di rado interpellando lo stesso consumatore (si pensi alla politica dell’Ikea), la logica della valorizzazione – ogni cosa ha un costo, fine della vita è il profitto – è entrata nella mentalità corrente, manipolando il dissenso. Il cosiddetto bio-capitalismo, o capitalismo cognitivo, penetra nella vita: l’arte non può che piegarsi al cospetto del monolinguismo imperante, succube dei format imposti. Viene, sì, incoraggiata l’innovazione, ma solo per controllare le disparità, e sempre entro certi limiti stabiliti, col fine ultimo di richiamare il pubblico, morbosamente attratto dalle novità, e aumentare gli incassi al botteghino. Un po’ come per l’antica Roma, coi ludi gladiatori offerti alla plebe per distrarre dai problemi contingenti.

Esemplare, in questo senso, è il brand delle Biennali. Una per tutte: Manifesta. Nata nel 1996 come progetto di coordinazione europea, si è ridotta a un coacervo itinerante d'iniziative mal assortite, senza un reale ritorno sul territorio. I numeri paiono dare ragione all’impresa di Hedwig Fijen (72.150 i visitatori dell’ottava edizione in Murcia, dopo due mesi), ma se andiamo a fondo della questione, ci rendiamo conto di come manchi, sostanzialmente, una coerenza progettuale, il fil rouge tra le edizioni. Come la riflessione teorica sia pressoché marginale (il “Manifesta Journal”); le iniziative collaterali, alternative al nucleo espositivo fondamentale, estemporanee; il pubblico coinvolto acriticamente; e i curatori subordinati a politiche date, avulsi dal territorio e sconosciuti l’uno all’altro, secondo il motto “dividi et impera”. Lo stesso progetto di travalicare i confini europei risponde alla logica neocolonialista della conquista di territori vergini, come la storia di Manifesta dimostra (dalle città - Rotterdam, Lussemburgo, Ljubljana, Francoforte e Donostia/San Sebastian - alle Regioni autonome in trasformazione, desiderose di inserirsi nel circuito chiuso della cultura: Trentino/Sud Tirolo, Murcia, Limburg belga).

Ma come uscire da tutto questo? Dove trovare, nel mondo ormai globalizzato, l’alternativa? La cultura “altra”, che, come fu al tempo delle avanguardie storiche, restituisca vigore e libertà alle estetiche, stante il sistema “a rizoma” dell’arte contemporanea? No Order non dà risposte, solo ipotesi, vie di ricerca. Può essere utile, per cominciare, tracciare una cartografia dell’esistente, una mappatura stratificata, ove ritrovare tangenze e rapporti alternativi. Attivando sinergie con realtà dove, magari, il processo, sommariamente descritto, non pare ancora giunto al punto di non ritorno: sono cinque i Paesi analizzati in questo primo numero: Russia, Repubblica Ceca. Romania, Turchia e Croazia. E poi, guardando al passato, l’archivio, la memoria. Non per trovarvi un rifugio sicuro, al riparo dalle intemperie, ma un confronto creativo col presente. Perché, in fondo, come ha dichiarato Peter Watkins a Deimantas Narkevicius, «la storia è, ora e domani, un processo di connessione costantemente ricorrente. Vedo noi come parte della storia e, ovviamente, lo siamo».



ROBERTO RIZZENTE for ARTITUDE
 

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