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Maria Rebecca Ballestra: l'arte che si prende cura della fragilità del mondo

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2012/04/29

 
 




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Dal Ghana alla Svizzera, dal Madagascar all'Italia. The journey into fragility e l'arte pubblica che non è fine, ma sempre un mezzo


 

Il viaggio è appena cominciato. Il Madagascar è solo la terza tappa (su dodici) del progetto itinerante - JOURNEY INTO FRAGILITY - ideato dall'artista Maria Rebecca Ballestra e nato dal desiderio di trasformare l'esperienza artistica in riflessione, dibattito e azione sulle attuali condizioni di salute del nostro pianeta e sul così "fragile " rapporto uomo-ambiente, attraverso installazioni, video, community projects, interventi site specific in diversi paesi del mondo.
 
Artista e e fotografa diplomata all'Accademia di Belle Arti di Firenze, Maria Rebecca Ballestra studia presso la Facultad de Bellas Artes di Granada (Spagna). Dal 1994 espone in collettive e personali sia in Italia che all'estero e risulta vincitrice di diversi premi nazionali e internazionali.

 

I tuoi progetti nascono dalla volontà di avvicinare il pubblico alle diverse forme artistiche contemporanee, creando un contatto tra la gente e il mondo dell'arte. Quanto è importante, a tuo avviso, che l'arte esca dai luoghi istituzionali e si ponga a diretto contatto con un pubblico eterogeneo e non necessariamente specialistico?
Penso che l’arte sia uno strumento al servizio della società, considero l’arte come un luogo di incontro, discussione ed interazione tra diverse discipline come la scienza, l’ecologia, la politica, la biotecnologia, le energie rinnovabili. Viviamo in un mondo in cui i cambiamenti sono sempre più rapidi e imprevedibili, ora, mai come prima, l’umanità percepisce la sua fragilità e intellettualmente sfiora l’idea di un collasso globale.
Di fronte ad un mondo così  interconnesso, di fronte a cambiamenti così drastici e globali, che vanno al di là dei confini nazionali, delle differenze di cultura o religione, possiamo forse immaginare una nuova visone dell’arte, così come della politica e della società, in grado di pensare e discutere insieme sugli interessi dell’uomo come specie?  Mi piace pensare che l’arte possa essere in grado di collegare, proporre, suggerire, immaginare infinite possibilità creative per il progresso collettivo, e di conseguenza immaginare l’artista come un visionario capace di offrire la sua prospettiva immaginifica per proporre e costruire nuovi modelli sociali. Da qui la conseguente ed inevitabile necessità nel mio lavoro di cercare costantemente un dialogo oltre ed al di là del sistema dell’arte.
 
Lavori spesso con l'Archivio d'Arte Contemporanea dell'Università di Genova, impegnato, oltre che nella ricerca e conservazione, anche nell' organizzare eventi espositivi e promuovere a livello nazionale e internazionale artisti. Quando è nata questa collaborazione?
Dal 2004 quando ho conosciuto Paola Valenti e Leo Lecci in occasione di  Agorà - Grandi Formati. Arte in Piazza, manifestazione d’arte contemporanea promossa dalla città di Bordighera. Da allora è iniziata una collaborazione che dura tuttora, in particolare con Paola Valenti, che ha poi curato nel 2008 la mia mostra personale Kisses fom China alla galleria Alberta Pane di Parigi. L’anno scorso sempre con Paola Valenti e con il sostegno di AdAC (Archivio d'Arte Contemporanea, Università degli Studi di Genova) abbiamo realizzato il progetto CHANGING PERSPECTIVES/CAMBIANDO PROSPETTIVE, un ciclo di incontri, esposizioni ed installazioni, dedicato al mio lavoro, che si è svolto da giugno a novembre in varie sedi museali della città di Genova. Al termine del progetto espositivo è stato presentata l’omonima monografia , curata da Paola Valenti ed edita da De Ferrari Editore
 
 “Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l'arrivare” mi pare che la frase di Tiziano Terzani incarni perfettamente il modo in cui vivi e comunichi la tua arte: un viaggio della creatività e dell'impegno sociale nel corso del quale l'arte diventa pratica e strumento per ripensare i temi dell'ambiente, i diritti umani, le emergenze alimentari e del valore della vita sulla terra... possiamo definire la tua un'arte pubblica?
Sicuramente sì, possiamo definirla arte pubblica per la mia predilezione a realizzare installazioni site e contest specific, spesso ambientate in luoghi pubblici, per alcune mie opere di arte relazionale e per i temi sociali trattati nei miei lavori. Durante la presentazione della mia monografia Changing Perspective/Cambiando Prospettive, Giuliano Galletta del Secolo XIX ha definito il mio lavoro Arte Politica, è una definizione che mi piace molto, forse  più di Arte Pubblica, in particolare in un momento come questo in cui la politica è così screditata. Politica intesa come interesse e impegno per il bene comune, questo è l’elemento portante del mio lavoro, l’interesse per l’uomo in quanto umanità.
 
I tuoi lavori sono spesso site specific e temporanei. L'arte di Ballestra diventa così un'esperienza che deve essere interiorizzata perché prima o poi non avremo più la possibilità di ammirarla e che decontestualizzata perde di senso perché è pensata e nasce per un determinato luogo. Come rimedi alla difficoltà di visibilità e riproducibilità di questi lavori?
Tutte le mie opere site e contest specific sono temporanee, hanno senso solo nello spazio e nel tempo per cui sono state progettate, ed una volta conclusa la mostra per la quale sono state pensate,  non esistono più.  La limitatezza temporale è ciò che permette al concetto dell’opera di sopravvivere all’opera stessa, attraverso quel processo di interiorizzazione che trasferisce il concetto dall’opera all’osservatore, che lo assimila, elabora e trasforma interiormente. Potrei dire che l’obiettivo finale del mio lavoro è sempre di tipo relazionale; anche quando si tratta di installazioni vere e proprie mi interessa la trasformazione che l’opera suscita  nell’osservatore più che l’opera stessa. Proprio il fatto che l’opera sia temporanea, e quindi prossima a scomparire, pone il visitatore in una posizione di maggior predisposizione alla percezione dell’opera e ad un conseguente maggior coinvolgimento emotivo.  Nella mia produzione ci sono anche opere fotografiche che al contrario dei progetti site specific perdurano nel tempo.
 
JOURNEY INTO FRAGILITY è il tuo ultimo progetto itinerante, una personale interpretazione delle dodici tesi della “Carta di Arenzano per la terra e per l'uomo”, testo ideato da Massimo Morasso, sottoscritto da intellettuali di tutto il mondo, che vuole ripensare il tema della crisi ambientale, creando una rete di interventi site specific, installazioni, workshop per riflettere sui temi caldi della sostenibilità ambientale. Essendo reduce dalle prime due tappe del progetto, in Ghana e in Svizzera, ci racconti com'è andata?
Journey into Fragility è un progetto a cui tengo particolarmente, innanzitutto per il forte valore etico e filosofico del Manifesto a cui si inspira e per le importanti tematiche che affronta, e poi per l’eterogeneità delle collaborazioni e delle esperienze che il progetto implica. Si tratta di un progetto itinerante in 12 tappe in giro per il mondo,  che mi ha portato e mi porterà in paesi e culture molto diverse, per osservare da 12 differenti prospettive un bene comune come l’ambiente.   La prima tappa del progetto si è svolta in Ghana in collaborazione con la NKA Foundation, nel villaggio rurale di Abetenim.  Il mio lavoro nel villaggio era basato sulla memoria in rapporto all’ambiente, attraverso una serie di interviste ai membri più anziani del villaggio. L’opera video finale prevedrà la presenza delle interviste realizzate nel villaggio di Abetenim ed una intervista ad un esperto di neuroscienze riguardo al funzionamento della memoria a breve e lungo periodo.  La seconda tappa del progetto si è svolta a Berna presso il Progr Zentrum fur Kulturproduktion in collaborazione con l’Associazione Svizzera Kalart. Ispirandoci al primo punto del Manifesto di Arenzano per la Terra e per l’Uomo (la nostra relazione con la Terra implica anche doveri e responsabilità) io ed il video artista Luca Coclite abbiamo cercato di investigare il ruolo della politica in rapporto al tema dell’ambiente.
La Svizzera ha una lunga storia di neutralità ed è stata spesso coinvolta come mediatore nella costruzione dei processi di pace in varie parti del mondo, per questo motivo era il luogo perfetto dove iniziare una discussione sul nostro pianeta come bene comune dell’intera umanità. Abbiamo realizzato una serie di interviste ad artisti e politici, alla ricerca di un dialogo  per costruire un nuovo modello sociale per il futuro.
 
La ricerca sul campo, nelle scienze antropologiche, consiste nell'osservare e partecipare ad alcuni fenomeni sociali in un dato luogo e mi pare che la tua esperienza nel villaggio in Ghana si avvicini  a una ricerca artistica che utilizza in parte gli strumenti dell'antropologia. È così?
E’ abbastanza vero, sia per il Ghana che per progetti precedenti come per esempio Memory of Rain, realizzato in India. Il viaggio rappresenta per il mio lavoro così come per la mia crescita personale l’occasione per spostare il mio punto di vista, per dilatare i miei limiti intellettuali e per relativizzare la mia appartenenza culturale.  Il viaggio mi ha insegnato a superare la visione eurocentrica del mondo per assimilare molteplici possibilità di osservazione, tutti ugualmente validi,  plasmando quella circolarità dello sguardo che porta a superare la limitatezza della propria individualità. 
 
A che punto del progetto ti trovi adesso?
La terza tappa del viaggio si svolge in Madagascar fino al 30 aprile. Qui riflettendo sulla sesta tesi del Manifesto (la rottura dell’equilibrio naturale  non è un problema che riguarda solo la natura  ma l’uomo) realizzerò un lavoro fotografico per documentare uno degli ecosistemi più ricchi e minacciati del pianeta. Il Madagascar ha conservato una grande biodiversità ed un alto tasso di specie endemiche, ma il suo ecosistema è uno dei più minacciati del pianeta. Il lavoro si sta svolgendo secondo un itinerario che permetterà di raggiungere e documentare tre parchi: il Parco Nazionale di Ranomafana, una foresta fluviale presente nella zona centrale del paese; il Parco Nazionale dell’Isalo, caratterizzato da grandi formazioni rocciose e situato nella parte centro-meridionale; e il Parco di Zombitse-Vohibasia, una foresta tropicale che custodisce molte specie di uccelli rari e specie indigene. Questa tappa del viaggio vedrà la collaborazione con l’associazione umanitaria Un seme per Crescere.


SONIA COSCO for ARTITUDE
 

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