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HERNO – In arte, il segno! Icona della moda!

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2012/01/30

 
 




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FIRENZE PITTI UOMO- Intervista a Claudio Marenzi, arte contemporanea? Passione e sempre nuove letture della realtà:tracce immortali.


Sembrano passati soltanto cinque minuti, ma era il 1948, quando a Lesa sul Lago Maggiore, nacque la Herno, la casa di moda italiana, che  ha creato modelli riconosciuti come “icone” nell'abbigliamento maschile e femminile.

Siamo giunti a Pitti Uomo 2012 e l'allure Herno non finisce di stupirci per il suo perfetto equilibrio tra consapevolezza di essere simbolo di una tradizione eccellente e brand all’avanguardia per l'inesauribile ricerca nei tessuti tecnologici ad alta performance

Fu il Cav. del Lavoro,Giuseppe Marenzi a fondare la Herno e ad affermare in Italia l'impermeabile da uomo, capo reso impeccabile per la qualità e la fattura, grazie al prezioso contributo tecnico della moglie Alessandra Diana.
 
 In seguito, ogni decennio per Herno  ha rappresentato una nuova avventura: gli anni '50, l'impermeabile, da capo prettamente maschile, trova la sua declinazione per la donna, gli anni '60  vedono la nascita  dei famosi cappotti in cachemere “doubleface” e l'espansione del marchio in Europa, gli anni '70 l'entrata dei  vestiti, tailleur e giacche  in collezione e il pionieristico approdo in Giappone, poi gli 80's con l'affermazione in USA, gli anni '90 con la creazione di una linea per marchi terzi tra cui Ralph Lauren, Jil Sander, Armani, Prada Hermès, Louis Vuitton.
 
Quest’anno Herno presenta a Pitti Uomo n°81 per la collezione A/I 2012-2013 il suo ultimo nato, Herno Laminar , un  progetto di ingegneria sartoriale, fortemente voluto da Claudio Marenzi, amministratore delegato del brand e realizzato dal designer  Errolson Hugh con la speciale collaborazione di Gore,  produttori della membrana GORE-TEX®.
 
Laminar, dal fenomeno fisico di “ottimizzazione del flusso”, che indica la totale assenza di correnti incrociate, in cui le particelle hanno un moto ordinato, , non turbolento, un flusso laminare, appunto. Risultato?“Liscio” e “non ruvido”!
 
Laminar è essenzialmente una capsule collection di 8 capi uomo e 8 capi donna, dallo stile URBAN per l’estetica, da alta quota per le performance tecniche, sviluppato in due anni di sperimentazione sull’ottimizzazione della resa di materiali complessi e con tecnologie innovative, come le termo-cuciture ad ultrasuoni e l’utilizzo dei laminati GORE-TEX®, sinonimo di impermeabilità totale alla pioggia e traspirabilità del capo. 
 
Curriculm d'eccezione alimentato da un'apertura a 360° verso ogni forma di creatività, qual è la chiave del successo di Herno? L'indistinguibile qualità ne rappresenta ormai lo stendardo, ma ne svela sicuramente l'anima amante del far diventare ogni sfida, un nuovo territorio di conquista.                                
 
La creatività sottesa al pensiero nomade di Herno, che resta tuttavia fedele alle sue radici, ci suggerisce di chiedere a Claudio Marenzi, se sussista un rapporto tra il loro marchio e l'arte.
 
L'arte contemporanea?E' una passione che ho sin da giovane, oggi il mio secondo lavoro. Non ho alcuna dote artisitica, ma ho avuto la fortuna di conoscere molti degli artisti della mia generazione milanese, come Massimo Kaufmann, Stefano Arienti, Marco Cingolani, Maurizio Cattelan, Mario Della Vedova. Abbiamo fatto in un certo senso un percorso insieme alla fine degli anni '80, inizi '90, io “come procacciatore d'affari”, loro come artisti e critici, penso anche a Di Pietrantonio, alla Vettese.
 
Il settore artistico contemporaneo, ammette, lo ha  costantemente ispirato e spesso pare essere stato determinante nel prevedere alcune tendenze sociali ed esistenziali che poi si sono susseguite nel tempo.
 
Cosa ne pensa, allora, Claudio Marenzi della collaborazione tra arte e moda?
 
Risulta abbastanza critico nei confronti di tali tentativi, che raggiungono a suo avviso soltanto un eccesso di commercializzazione del prodotto.
Arte e moda hanno sicuramente una matrice comune, ma dovrebbero restare il più possibile separate. Il settore moda secondo Marenzi appartiene al mondo industriale e che per definizione deve sottostare a certe regole commerciali, al contrario l’arte “dovrebbe”essere più libera.
 
Questa tendenza non mi piace! Dico che l’arte “dovrebbe”, perché anch’essa sottosta a certe regole commerciali e distributive delle gallerie. Poi, hanno una matrice comune, se si vuole, come quello di rendere più piacevoli alcuni aspetti della vita dell’uomo. La moda, dando la possibilità alle persone, nel vestire, di esprimersi in un modo sempre diverso. L’arte, offrendo all’individuo, sempre nuove versioni di qualcos’altro di più profondo.
 
Se, invece, ci riferiamo all’utilizzo dell’arte in azienda, Marenzi, da buon collezionista ci svela di essere il primo ad “usufruirne, perché sia nella mia azienda che nello showroom ci sono dei pezzi d’arte. Questo lo considero più un abbellimento dello spazio che un messaggio di marketing. La utilizzo perché mi piace che i posti di lavoro, dove ci sono i miei dipendenti, siano abbelliti da pezzi di arte che ti fanno anche pensare.
 
Qual è il criterio che Marenzi segue per l’arte da collezionare? Si riferisce ad artisti più o meno conosciuti?
Anche qui dipende. Anche nel settore arte, il mercato è fondamentale, dovrebbe avere meno importanza, ma non è così. Poi nell’arte contemporanea è difficile capire quando un artista ti piace veramente o quando ti piace perché sei stato indotto a fartelo piacere. Il fatto che se un artista viene promosso da una galleria poco conosciuta o da gallerie come Sonnabend o Jeffrey Deitch, è chiaro che il pubblico o il collezionista avrà un altro approccio. In questo caso è come una certificazione all’opera, che vale quando si guarda l’arte come investimento.
 
Tuttavia tali logiche di marketing non sono affatto condivise da Marenzi, che continua a ripetere che l’arte non dovrebbe piegarsi a tali meccanismi commerciali, ma rimanere nel campo proprio dell’arte, continuando la sua ricerca “sull’essere” , massimizzando le possibilità di apertura mentale nel suo pubblico.
 
A me l’arte contemporanea è servita tantissimo anche nel mio lavoro per capire le esigenze del mio consumatore. E’ chiaro che l’arte contemporanea anticipa delle esigenze insite nell’uomo, perché gli artisti hanno una sensibilità più acuta, diversa dalle persone “normali”. Sicuramente l’arte dà un valore aggiunto.
 
E’ evidente quanto Marenzi sia consapevole della difficoltà di individuare criteri di giudizio adeguati per l’arte contemporanea o per arrivare a definire quando una mostra sia veramente interessante.
Ci parla di aver visitato l’ultima Biennale di Venezia e di esser rimasto colpito dal Padiglione Coreano, abbastanza dal Padiglione Italiano e di aver trovato interessante il lavoro di Sgarbi all’Arsenale, riuscito nel dare uno spaccato del panorama dell’arte contemporanea italiana, anche se, a suo avviso, pare essere più un’installazione personale del critico, che un’obiettiva indagine sul valore del lavoro degli artisti italiani, sia in riferimento ai più rappresentativi che a quelli appartenenti alla provincia.
 
Di colpo col pensiero torna in Lombardia e ci confida che l’ultima sua opera acquistata porta la firma dell’eclettico Tony Oursler, celebrato nel 2011 al PAC con un’importante retrospettiva  intitolata, “Open Obscura”.
 
Un’opera mi deve dare un’emozione, che puo’ essere positiva o negativa. A volte mi è capitato di acquistare quadri che inizialmente non mi piacevano, che mi davano quasi fastidio, poi ho cercato di capire perché. Mi insospettisce quando guardo un’opera e mi piace al primo colpo, ho subito il sospetto della sua troppa commerciabilità. Quando è troppo piacevole, è facile e finisce per essere quella che facilmente ti annoia! M’interessa di più ciò che mi dà sensazioni forti.
 
Interscambio di emozioni che arricchiscono, che per Marenzi spesso derivano anche dalla lettura di un buon libro sull’arte, come “Scritto di Notte” di Ettore Sottsass, una sorta di autobiografia dell’autore, che Claudio definisce semplicemente “meravigliosa”.
 
Ma allora che cosa è l’arte per Claudio Marenzi?
 
Io noto che l’inserimento di un’opera d’arte anche negli ambienti più disparati fa respirare un’aria diversa. Un solo esempio: ho messo un’installazione di una palla di Patrick Tuttofuoco, una parte di un’installazione presente alla Biennale di Venezia del 2002, in produzione, in mezzo agli operai. Dopo qualche giorno di smarrimento per capire cosa fosse, sentendo commenti del tipo “ma l’avrà anche pagata questa cosa?!”, oggi, invece, c’è un interscambio, l’hanno accettata ed hanno delle sensazioni piacevoli in merito. Per chi fruisce dell’arte è capire il segno dell’uomo, per cui potrei dire che ci aiuta a vivere meglio.
 
Claudio Marenzi non nasconde più la sua indomita passione per l’arte e sottolinea quanto a suo avviso l’arte abbia da sempre rappresentato, sin dall’epoca primitiva con i graffiti, un seme insito nell’uomo a lasciare un segno, un misurarsi con l’immortalità. Quest’ultimo, dunque, il profondo intendimento dell’artista, che quando ci riesce, gli dà un potere enorme, sottolinea Claudio, citando Picasso, Van Gogh e ricordando quanto sia profondo il segno che hanno lasciato nell’umanità, una traccia che va al di là di loro stessi.
 
Che cos’è l’arte? Un qualcosa che ci fa vivere meglio e dà la possibilità all’uomo di lasciare un segno indelebile nella propria civiltà.


ILARIA D'ADAMIO for ARTITUDE
 

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