Il vuoto è zen, il vuoto è arte. Il grande artista kamikaze che scolpisce il vuoto alla periferia di Milano
"Volontà, disciplina, fede" a sentire parlare Kengiro Azuma più che a un artista viene da pensare a un militare o a un sacerdote.
Non è un caso, perché non esiste il "caso" per uno dei più grandi scultori viventi, artista di origine nipponica che vive a Milano dal dopoguerra, educato alla rigorosa disciplina militare dell'accademia giapponese durante la seconda guerra mondiale e diventato scultore per ritrovare una fede persa, perché "l'uomo senza fede non è uomo" dice.
Kengiro Azuma è l'incarnazione della filosofia zen che abbraccia l'arte e la vita.
Nato in Giappone nel 1926, ha solo 17 anni quando si arruola in Marina e diventa pilota kamikaze, pronto a immolarsi per la patria e soprattutto per l'imperatore-dio. Non è stato un ripensamento dell'ultimo minuto a salvare la vita a Kengiro (anche perché ai kamikaze non era permesso avere dubbi e veniva fornito loro il carburante solo per l'andata) ma il destino perché pochi giorni prima del suo volo, la guerra finisce e l'America costringe l'imperatore Hirohito a spogliarsi delle sue funzioni "divine" e a dichiarare la propria natura di uomo. Uomo piccolo e finito, come tutti, come Kengiro che prova uno shock e cade in una forte depressione. Non si sente fortunato per essere ancora vivo, ma tradito, perché con la guerra finisce anche quella venerazione assoluta che i giapponesi mostravano verso l'imperatore. Dal corpo del giovane Kengiro " fugge la parte invisibile" e il peso del suo corpo-materia diventa incredibilmente insostenibile.
Il desiderio di iniziare il percorso artistico arriva come una folgorazione e diventa la speranza di poter riuscire a riempire quel "vuoto". La strada della scultura è in parte tracciata nella storia della sua famiglia. I Kengiro sono abilissimi artigiani che lavorano il bronzo e partendo dalle sue radici l'artista inizia un percorso di "fede" che ancora oggi continua.
Laureatosi all'Univesità d'arte di Tokyo, il curriculum è fitto di richiami all'arte francese (in particolare Rodin e Bourdelle ), ma quando un giorno s'imbatte nella monografia dello scultore toscano Marino Marini, invece di volare verso Parigi sceglie Milano e l'Accademia di Brera per perfezionare i suoi studi. Dopo un inizio difficile, Marini lo prende come assistente e inizia un'amicizia e un sodalizio creativo e umano che durano fino alla morte dello scultore italiano.
Marini coglie nel giovane Kengiro il potenziale e lo invita a non copiare la sua arte, a non "marinizzarsi" troppo. L'arte "etrusca" del maestro doveva essere solo l'humus", lo spunto d'avvio per cercare nelle radici orientali di Kengiro che amava definire un "tedesco dell'oriente". Solo uccidendo il padre si può crescere, direbbe Freud, e così avviene per Kengiro che, attraverso lo zen, scopre la sua poetica. Si laurea a Brera nel 1960 e diventa a sua volta docente alla Nuova Accademia di Belle Arti dal 1980 al 1990. Vive e lavora a Milano, nel suo atelier alle porte di Milano, alla Bovisa, circondato dalle sculture e dai bozzetti preparatori. Stimato da importanti critici d'arte (Gillo Dorfles, Carandente, Argan), le sue opere si trovano nei musei più importanti del mondo, insegna e continua a esporre in mostre di grande risonanza.
L'arte di Kengiro è zen unito alle lezioni di Marini e Fontana, è il gesto che lavora la materia per dare forma all'invisibile, è il paradosso del pieno che serve per rappresentare il vuoto. L'intelligenza, la disciplina e il vigore di Kengiro, guardando alle radici della tradizione familiare e nipponica, ne hanno estratto una poetica evocativa e nello stesso tempo concreta, che si traduce in lattine di coca cola schiacciate dalle ruote di macchine, in mattoni caduti, in paracarri abbandonati, in cassette della frutta abbandonate nei mercati della città. La materia è solo un medium, esattamente come la scultura, per trovare un senso più profondo e autentico, in cui l'uomo e la natura vivono in una dimensione simbiotica, dove anche anche il dettaglio racchiude il senso delle cose. L'arte invisibile di Azuma è una lezione di volontà e disciplina, la sua scultura svela attraverso gli oggetti umili l'epifania della quotidianità. Uomo della tradizione, per Kengiro non c'è differenza tra scolpire e vivere, tra scolpire e respirare, si tratta del percorso di un acuto osservatore che vuole rimanere "vuoto" perché solo un bicchiere che non sia pieno può accogliere e riempiersi.
Materiali poveri, bizzari, accidentali nel loro trovarsi qui e ora, prendono vita. Il panismo di Azuma è imminente e trascendente come la bellissima, unica "goccia" di pioggia che vive per una frazione d'istante per poi morire, apparentemente senza lasciare traccia, in realtà condensando in sè la perfezione.