Prima le spirali-vortici, nel mezzo i totem-tribali e infine i sugheri-sole dell'artista Icaro
Il sogno di Icaro è una tentazione ancestrale dell'uomo, è un mito greco, è anche il titolo del polimaterico su tavola del 1962 di uno dei grandi protagonisti dell'arte contemporanea, Roberto Crippa, che ha spiegato le ali tante volte, con passione ed entusiasmo nelle sue acrobazie aeree e nell'ultimo volo ha trovato la morte, inghiottito nelle spirali che aveva rappresentato nei suoi acrilici e oli su tela. Un epilogo che suscita amaro stupore per la morte prematura (a soli 41 anni, poco dopo aver inaugurato la propria mostra antologica a Palazzo Reale di Milano) e per le connessioni metaforiche con il percorso artistico e personale dell'artista.
Protagonista del movimento Spaziale, nato nel 1921 a Monza, i suoi primi lavori sembrano ispirati a quel Vorticismo inglese, fratello gemello del Futurismo italiano e marinettiano, ideato dal poeta Wyndham Lewis. Nel vortice c'era la rottura con l'età Moderna, il dinamismo centripeto del progresso, della velocità. "L'arte come risultato finale di un vortice di emozioni" scriveva Umberto Boccioni, ma le Spirali di Crippa, acrobatiche espansioni e fughe della propria vitalità interiore, non saranno il risultato, ma la prima delle fasi creative, in cui l'attrazione per le avanguardie si traduce in una poetica dove il Futurismo dialoga con il Dadaismo, il Surrealismo con lo Spazialismo e l'Informale. Negli anni '50 Crippa aderisce ai Manifesti dello Spazialismo redatti e ideati da Lucio Fontana e la violenza dell'inconscio si scatena, tramite le suggestioni di Max Ernst, René Magritte e il ready-made di Marcel Duchamp in una linguaggio pittorico caotico, stratificato, brutale, provocatorio.
Comincia a partecipare alle Biennali di Venezia e si dedica alle sculture e alla ceramica nei forni di Albisola. Inizia la fase dei Totem , strutture archetipiche che si sostituiscono ai grovigli di spirali geometrizzanti e dichiarano apertamente l'amore di Crippa per le statue africane (proprio come Wifredo Lam). L'illuminazione che lo porta ai collages pare sia avvenuta sulla "via di Genova". Da un autocarro cade una balla di sugheri e Crippa inizia da lì la sua sperimentazione materica e i soli-sugheri diventano una cifra stilistica inconfondibile, con un rinnovamento del linguaggio attraverso i collages polimaterici degli anni '60.
L'humus artistico sedimentato in Crippa dà insomma risultati estremamenti originali e personali, eleganti e luminosi, dove l'in-forma nasce dalle cose. La tensione verso l'Iperuranio non fa dimenticare all'artista il valore fisico ed essenziale della terra, del qui ed ora, della materia non ferita e lacerata di un Alberto Burri, ma diventata metafora cromatica del trionfo dell'energia, del mistero, dell'entusiamo, del sole che porta la vita e può anche sciogliere la cera delle ali di Icaro.