La vicenda biografica del norvegese Edvard Munch è una delle più travagliate della storia dell'arte.
Nato a Løten, non lontano da Oslo, da una famiglia di ceto medio, Munch vede la sua vita costellata da numerosi eventi tragici e tristi - la morte della madre prima, della sorella poi, un'infanzia caratterizzata da una salute cagionevole, la sofferenza continua di essere soggetto a depressione ed esaurimento nervoso - fatti che contribuiscono a indebolire la sua già labile stabilità psicologica, salvata, seppur in parte, dall'arte pittorica.
Conosciuto da tutti come firmatario di alcune delle tele più famose al mondo, Edvard è un pittore molto prolifico e, grazie al suo particolare stile, considerato padre dell'Espressionismo - corrente artistica sorta in Europa a cavallo tra Otto e Novecento interessata alla rappresentazione dell'interiorità del soggetto creatore, che opera così in maniera del tutto arbitraria.
In questo modo il colore e la forma sono piegati al volere di chi li coordina e non corrispondono più al mondo così come lo vediamo (un concetto più propriamente impressionista).
Nel lavoro di Munch, questo stile si accompagna a una visione propria di quel male di vivere fin de siècle condiviso da letterati, filosofi e poeti - da Leopardi a Schopenhauer, passando attraverso Nietzsche.
E solo seguendo attentamente tale percorso si possono comprendere quadri come La danza della vita (1899-1900), un'allegoria del ciclo vitale, dalla nascita alla morte, rappresentata come una danza macabra in cui i protagonisti perdono il volto e l'identità.
Mentre L'Urlo (1893) è la trasposizione iconografica di un attacco di panico, da cui Munch è assalito durante un'innocua passeggiata in compagnia di due amici, all'ora del tramonto su un fiordo norvegese.
Queste le sue stesse parole per descrivere la situazione: "Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura... e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura".
Il colore predominante è il rosso, lo stesso delle lingue di fuoco che inghiottono l'artista e lo condannano a una sofferenza perenne, in una trappola eterna - Autoritratto all'Inferno (1903).
Un pessimismo cosmico che pervade anche la visione della donna, sempre rappresentata come una femme fatale pronta a risucchiare dall'uomo tutta la sua vitalità ed energia - Il vampiro (1893-1894).
Carattere spiegabile non solamente con una vita sentimentale travagliata - rifiutati gli insistenti desideri di matrimonio della sua donna, Tulla, riceve in cambio un proiettile che gli provoca la perdita di un dito della mano, e per lui l'amore sarà sempre sinonimo di infelicità e privazione -, ma anche a causa di un quadro di melancolia ben più ampio e complesso.
Certo, Edvard Munch è capace di affrontare differenti generi pittorici, dal paesaggio al ritratto, declinati però in uno stile del tutto personale e, con il passare degli anni, sempre più esasperato.
Incapace di trovare una soluzione pacifica con gli altri e con se stesso, Munch allora trascorrerà l'ultimo periodo della sua vita in quasi totale isolamento, continuando a dipingere.
Le sue opere, oggi, si trovano all'interno delle collezioni museali più prestigiose del mondo, ma la maggior parte di esse è raccolta presso il Munch Museet di Olso, inaugurato negli anni sessanta del secolo scorso e a oggi una delle istituzioni artistiche europee di maggiore risalto.