Tra storia e rito kitsch: la memoria di Ponte Milvio a Roma History and kitsch rite: the memory of Ponte Milvio in Rome |
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2011/01/05 |
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Roma è la capitale pregna di storia del nostro Paese, è simbolo della contemporaneità grazie a nuovi musei come il MAXXI e il MACRO, ma c'è dell'altroRome is the capital city steeped in history of our country, is a symbol of the contemporary world with new museums such as the MAXXI and MACRO, but there
Prendiamo una giornata di inizio anno, il 2 gennaio ad esempio, la uniamo a un mix di pioggia leggera e nuvole, a qualche grado in meno rispetto alla media meteorologica stagionale, e otteniamo la ricetta ideale per visitare uno dei luoghi rinati grazie alla pubblicazione un libro (e poi all'uscita di un film).
Quale? Due parole sono sufficienti: Ponte Milvio.
Sarebbe divertente, a Roma soprattutto, ma anche altrove in Italia, fermare i passanti e chiedere loro a cosa associano Ponte Milvio, e probabilmente ci attenderebbe un'amara verità: ci accorgeremmo di come millenni di storia siano stati spazzati via dalle pagine del romanzo di Federico Moccia, Ho voglia di te (2006) e dal film omonimo (2007) – immediatamente diventato una pellicola di successo tra il pubblico teen, e non solo.
Ponte Milvio, costruito nel III secolo a.C., nasce come uno dei punti di snodo della città romana, ma è solo nel 312 d.C. che, con la celeberrima battaglia tra Massenzio e Costantino – vincitore, come è noto, Costantino – ritratta, tra gli altri, nel ciclo di affreschi di Piero della Francesca presso la basilica di San Francesco ad Arezzo (1458-1466), viene consacrato alla storia.
E beninteso, anche la tradizione dei lucchetti e dei ponti ha origini antecedenti*, ma spetta a Moccia il rinnovamento di un rito che si crogiola al limite tra il romanticismo e quel kitsch che si addice perfettamente ad alcuni aspetti di questo assaggio di XXI secolo.
Così, oggi, Ponte Milvio è meta di un turismo alternativo e, come se si trattasse di un monumento storico o di un museo, viene quotidianamente visitato da un andirivieni di coppie che dichiarano il loro amore eterno scrivendo i propri nomi su un lucchetto poi agganciato a una catena (inizialmente i lucchetti venivano appesi ai lampioni, ma il carico eccessivo ne aveva provocato il crollo; di qui la decisione di posizionare delle rastrelliere) e gettando la chiave nel Tevere. C'è anche chi ne ha fatto un business – dal vivo e online, vendendo lucchetti di differenti colori, dimensioni e forme: a ciascuno il suo, dunque.
Ma, tirando le somme, qual è il limite da non valicare perché le scritte che sommergono il ponte diventino vandalismo (a detrimento del patrimonio)?
Almeno, fate attenzione all'ortografia.
E sì, rivolto a chi mi ha accompagnato in questa sorta di gita fuori porta – meglio, fuori centro: anche questa è Roma, ed è una sua parte piuttosto (e inaspettatamente) divertente.
* Si dice che i primi a gettare i lucchetti dai ponti fossero i militari alla fine del periodo leva – prima a Merano e poi da Ponte Vecchio a Firenze.
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| SILVIA COLOMBO for ARTITUDE |
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