L'adeguamento liturgico del Duomo di Reggio, voluto dal Vescovo, offre un'opportunità importante per rilanciare il dialogo tra Arte e Fede
«In Italia per trenta anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos'hanno prodotto? L'orologio a cucù». Con la sua consueta ironia Orson Welles, nel 1949, anno di uscita de Il terzo uomo, rivelava una verità importante. Sono state le guerre, le lotte per il predominio a fare grande l’arte italiana. Nello sforzo di nobilitare, dinanzi al mondo, la propria dinastia, sono stati i principi, i duchi, i re ad esaltare gli artisti, commissionando opere sempre più ambiziose che eternassero, nei secoli, il nome del committente.
Non si è sottratto alla regola lo Stato della Chiesa. Con gli anni i Vescovi sono diventati Principi, interessati a glorificare sé stessi. Eppure, alle origini non era così. Le espressioni artistiche paleocristiane erano nate anzi per testimoniare la Parola al pubblico illetterato, tramite il concorso di simboli - il Cristo buon pastore, pescatore di genti - e scene tratte dal Nuovo Testamento. Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa ha cominciato a muoversi. Il Concilio Vaticano II ha aperto le strade ad un più rassicurante dialogo con l’Assemblea dei fedeli. Paolo VI prima, Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti e di recente Benedetto XVI si sono rivolti personalmente agli artisti riconoscendo le somiglianze tra arte e fede, alleate inseparabili nella ricerca e la comunicazione del Mistero. Ove per Mistero s’intenda non un qualcosa di razionalmente incomprensibile ma il Bene Sommo ed Invisibile.
Doppiamente interessante è allora il restauro del Duomo di Reggio Emilia, voluto nel 2003 e presentato il 26 maggio dal vescovo Adriano Caprioli. In primis per lo sforzo di ridisegnare lo spazio per la Liturgia, in un coinvolgimento diretto e appassionato dell’Assemblea dei Fedeli. E in secondo luogo per la committenza dell’arredo ad artisti di comprovata fama. Che non sono gli artisti “di genere”, legati alla tradizione e buoni per tutte le occasioni, ma esponenti della Seconda Avanguardia. Artisti contemporanei. Come contemporaneo, fu, ai suoi tempi, Bernini elaborando il famoso Baldacchino in San Pietro. Jannis Kounellis (Pireo, 1936), Claudio Parmiggiani (Luzzara, 1943), Hidetoshi Nagasawa (Manciuria, 1940), Ettore Spalletti (Cappelle sul Tavo, 1940): ognuno degli artisti ha interpretato, a suo modo, l’oggetto commissionato, scegliendo un linguaggio contemporaneo ma efficace per ribadirne il valore liturgico.
Così, la cattedra di Kounellis, in metallo e legno “storico” (i chiodi e la croce di Cristo), significativamente collocata nella navata, a contatto con l’Assemblea, evoca la guida forte e sicura del Vescovo, legittimata dalla Storia. Sovrapponendo due blocchi di marmo lavorati in epoca romana, scolpendone la superficie a mo’ di lana d’agnello e ponendovi nel mezzo delle barre dorate, Parmiggiani sposta l’attenzione sulla levità e la valenza sacrificale dell’altare. Al centro della navata, al di sopra del Pulpito, l’ambone di Nagasawa, in bronzo, a forma di aquila, annunciato da una scala marmorea di forma ellittica e profilo stellare, ribadisce la natura “viva” e dinamica della Liturgia della Parola. Al suo fianco, emergendo dal sottosuolo, il candelabro pasquale di Spalletti, azzurro all’esterno, dorato all’interno, richiama alla memoria l’attraversamento biblico del Mar Rosso e, con esso, il passaggio pasquale dei fedeli, in marcia verso il Cristo risorto.
Sono piccoli segni, quasi impercettibili nell’immensità della cattedrale. Bastevoli però a restaurare il dialogo coi fedeli e, in ultima istanza, il confronto con il presente.