Il regista statunitense porta il cinema di genere nell'olimpo degli autori
Michael Mann è un regista mal digerito da quella critica un po' snob che giudica malamente ed a prescindere tutto il cinema di genere, senza riuscire a cogliere le sfaccettature più nascoste, quei punti di contatto fra l'essai e il successo trasversale che riescono a far diventare fascinose anche pellicole destinate ad un pubblico di massa.
Il segreto, svelato da Mann, sta nel riuscire ad inserire, su una trama tutto sommato ordinaria, dei piccoli particolari che di fatto elevano un semplice film di cassetta al rango di opera d'autore. Questo è il modus operandi dell'autore di Manhunter, Heat-La Sfida, Collateral, disseminare cioè pillole di stile su canovacci di sceneggiatura, su storie, che rappresentano perfettamente la sintesi del poliziesco, del thriller, del cinema d'azione più tradizionale. I riferimenti sono alti, e mostrati senza paura, su tutti il polar francese anni '70 ed il maestro Jean Pierre Melville, cui senza dubbio pagano splendido dazio le atmosfere che Mann riesce a ricostruire nei suoi film, un frastuono di tensione che si gioca tutto sulla profondità di campo, sulle prospettive d'inquadratura asimmetriche, su una maniera di utilizzare la luce e d'intendere il passaggio al digitale che manda in corto circuito il sistema classico, cercando sempre nuove e coraggiose soluzioni.
Romantico e freddo, adrenalico e metropolitano, il cinema di Michael Mann si muove lungo una scia di tensione che si concretizza principalmente nell'ormai famoso utilizzo del campo-controcampo, una forma di concepire l'inquadratura che sposta la simmetria del primo piano, angolando il punto di vista dello spettatore e riuscendo in questo modo a costruire una densità di piani, di posizioni, che macinano l'immagine spingendola su più prospettive, superandone l'equilibrio e sfruttando in questo modo tutta la potenzialità visiva della fotografia.
L'esempio più netto di questa impostazione è rintracciabile in Heat-La sfida, l'unico film in cui Al Pacino e Robert De Niro compaiono insieme nella medesima inquadratura. Proprio nella scena in cui le due stelle del cinema statunitense si confrontano, la luce, i toni, i movimenti, riempiono lo spazio visivo raccogliendo ogni centesimo di adrenalina, scatenando un'ondata di iperrealismo che descrive esattamente lo stile, la forza espressiva, del cinema di Michael Mann.