Spazio Oberdan ospita una mostra fotografica per tracciare una narrazione dell'ultimo secolo del capoluogo lombardo.
Un passato si immagina dai libri di scuola, dai monumenti, dai resti che ci lascia la civiltà che il progresso ha sancito come "superata", dai ricordi dello ieri che non sono stati spazzati via. Possono essere case liberty, fabbriche, strade troppo centrali per essere modificate e mortificate o troppo defilate per essere preda dei nuovi palazzinari cementificatori.
Un passato si coglie dai dettagli di moda che tornano, dai racconti di chi l'ha vissuto. Attraversare le sale dello spazio Oberdan di Milano, a due passi da Porta Venezia, è possibile assaggiare appieno quel passato. Lo sguardo di ventotto autori, italiani e stranieri, ci regala la panoramica di una città attraverso un percorso di 170 scatti (provenienti dal Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo); tra di essi quelli di molti giovani si alternano con altri di autori maggior fama internazionale, come Graham, Fischli e Weiss, Struth: il risultato è una rassegna su Milano, la città vista attraverso i suoi volti, i suoi scorci e le sue trasformazioni.
L’ampio salone dello spazio ospita immagini più moderne che vanno dagli anni ’80 ad oggi, proseguendo nelle sale attigue invece ecco il vero e proprio tuffo nel passato. Si passa dalle istantanee che ci regalano squarci di una Milano moderna coi suoi cantieri e le sue architetture, il suo centro e la sua periferia, a quelli più incentrati sulla storia della città, con un occhio particolare per il lavoro operaio, coi suoi volti e i suoi personaggi più o meno noti quali ad esempio la coppia ritratta da Patellani che cammina tenendosi a braccetto, o la Domenica all’idroscalo di Mario Cattaneo.
Queste due immagini sono fortemente poetiche: i fidanzatini con la Vespa sdraiati in quella soddisfazione festiva così "alla portata di tutti" sono un tuffo in quella "Milàn dal coeur in man" tante volte citata, quella che precedeva la "Milano da bere" con i suoi top manager rampanti. Era una città più povera e genuina, con le biciclette e i gonnoni lunghi, con i passatempi semplici e "contadini". La "trovata" espositiva è semplice, ma efficace: il percorso all’indietro è un passaggio da foto più ampie e a colori, a immagini in cui domina il bianco e nero. Se memoria deve essere memoria sia, e questa è senz’altro veicolata istantaneamente da tale tecnica anche nelle foto più recenti (si veda ad esempio il falegname di Enzo Nocera).
Il potere evocativo dell’immagine, e soprattutto dell’immagine artistica, e fuori discussione e questo obiettivo è raggiunto anche se non tutte le foto sono ugualmente efficaci; quello che paradossalmente si può osservare è che a essere messa in secondo piano è proprio la fotografia. Infatti questa è una mostra su Milano e non sull’arte fotografica e quindi il grande nome è nascosto e sovrastato dal protagonista reale, la città coi suoi cambiamenti e le sue storie. Così il capolavoro dialoga col semplice reportage, il paesaggio con la foto d’ambiente e il ritratto in studio, in un mèlange che mette sì in evidenza i nomi e le tecniche, ma soprattutto racconta Milano, quello che era e quello che è.
In sostanza questa non è una mostra per chi ama immergersi nelle immagini e nella poetica di uno o più autori, e del resto una mostra collettiva a tema questo non può pretenderlo; tuttavia è molto interessante proprio per conoscere, fermandosi a guardare, come una città e il suo panorama, anche sociale, cambino e si modifichino nel tempo. Chi è di Milano forse potrà esserne maggiormente coinvolto, ma uscendo dalla pura dimensione geografica gli scatti ci parlano più semplicemente di una città, e della sua gente.