Ospiti di "Fotografia Europea", Vitali, Bialobrzeski e Bolognesi rinnovano il fotoreportage classico per denunciare i paradossi della contemporaneità
Impegno. Se c’è una parola che può sintetizzate il lavoro dei tanti fotografi ospiti della VII edizione di Fotografia europea, il magnifico festival di Reggio Emilia, in programma fino al 24 giugno, questa è “impegno”. Declinata in formule diverse. Ma con un obiettivo di fondo: la testimonianza del presente.
Se molti - i maestri soprattutto - hanno scelto di farlo riproducendo fedelmente la realtà - Don McCullin (1935) e Henri Cartier-Bresson (1908-2004), l’uno col suo sguardo espressionista e “wagneriano”, l’altro con la curiosità e la sensualità del flâneur, ma anche Patellani (1911-1977), Bordieu (1930-2002), van der Elsken, (1925-1990), Strömholm (1919-2002), Carmi (1924), fino a Petersen (1944) - altri, specie i più giovani, hanno tentano nuove strade. Guardando, in certi casi, all’esempio dei primi - il greco Costas Ordolis, con in più la fascinazione per le ombre, gli specchi, i riflessi -, altre volte all’arte contemporanea. Come se l’odierna società di massa esigesse, per essere raccontata, uno sguardo nuovo, non partecipato.
Il caso di Massimo Vitali (1944) è esemplare. Partito dal fotogiornalismo classico, sempre più, negli anni Ottanta, ha avvertito l’impotenza della fotografia a riprodurre fedelmente la realtà. Giungendo così, nel 1995, alla serie delle Spiagge italiane (All Together...). Totali di grande formato, immortalati dall’alto di una torre di cinque metri a sei metri dalla riva, per illustrare la vita in quello che, non a torto, può essere definito uno dei luoghi topici della società di massa: la spiaggia. Non è un caso che Vitali usi toni chiari, lattiginosi, quasi evanescenti: le individualità dei vacanzieri scompaiono nella stanca ripetizione di gesti e parole imposti dai media. La desaturazione del colore, nell’amalgama perfetta tra cielo e sabbia, è indice di uno squallore esistenziale in cui questi bagnanti, e noi con loro, sembrano sprofondati.
Non meno incisiva è l’opera (Urban changing) del vincitore del World Press Photo Award 2003, il tedesco Peter Bialobrzeski (1961). Il riferimento è, ancora, la realtà. Nello specifico, le grandi megalopoli - Hanoi, Delhi, Calcutta, Kuala Lumpur, Shangai, Hong Kong, Jakarta - in cui più evidente è l’avanzare di una cultura urbanistica omologante, spersonalizzante, indifferente al passato come alle esigenze dei cittadini che la abitano. Affiancando ai grattacieli le case della tradizione, cercando gli scorci in cui il contrasto è più evidente e lavorando, anche qui, sulla desaturazione del colore – sono foto notturne, realizzate con tempi lunghissimi – Bialobrzeski denuncia gli squilibri della società di massa, lasciando presagire, tra le righe, un futuro apocalittico in cui all’individuo è riservato un ruolo marginale.
Più radicale è, per chiudere, l’esempio di Marco Bolognesi (1974). Come tanti altri colleghi - Rancinan o La Chapelle, - egli si serve del medium fotografico come spunto per creare un mondo immaginifico e personale (Humanescape). Nella fattispecie, si tratta dei corpi nudi di modelle, tinti di bianco e intrappolati come Gulliver in un mondo-giocattolo, alienante, punteggiato di tanti piccoli omini e ingranaggi “alla Lèger”, quasi fossero un fenomeno da baraccone. Il sottile erotismo e l’intemperanza dell’immagine bastano, anche qui, a veicolare un messaggio di denuncia sociale. La forma si fa contenuto, apologia. Spingendo sempre più là i confini tra le arti, fotografia e pittura, collage. Nel nome dell’etica.