Film di Sorrentino del 2011, This Must Be the Place è stato oggetto di critiche e infatuazioni. Eccone una breve analisi.
This Must Be the Place è un film dello scorso 2011 che vede il ritorno di Paolo Sorrentino alla regia - assente dal 2008, quando uscì Il Divo - e al centro della scena uno Sean Penn alle prese con una delle sue interpretazioni più complesse e complete.
Gli apprezzamenti, così come le critiche, non si contano. Personalmente, l'ho trovato uno degli ultimi film per cui è valsa davvero la pena andare al cinema.
Alcuni hanno scritto che la storia è costruita attorno al personaggio principale, mentre le altre figure sono deboli e sbiadite, altri non hanno digerito il bizzarro melange tra un film di genere musicale - come emerge già dal titolo, memore dell'omonimo pezzo dei Talking Heads, parte della colonna sonora - e 'storico-commemorativo'.
La storia, è vero, una come tante (ma quale non lo è?), si può riassumere in due parole: un viaggio.
La percezione del film, d'altra parte, non si esaurisce al solo dato apparente. Sì, parla di Cheyenne, una rockstar agghindata che vive di rendita dei successi passati e che, insieme alla moglie, condivide una casa splendida nella città di Dublino. Ci racconta la sua crisi di mezza età e del viaggio intrapreso per trovare quel nazista che, durante la guerra, aveva umiliato il padre (salvatosi) nel campo di concentramento. Ma è anche un addensarsi di riferimenti che si rincorrono e rimandano vicendevolmente.
Intanto il protagonista assume i connotati di un Robert Smith, di nero vestito, con trucco pesante e capelli cotonati sino, quasi, all'esplosione. Ed è insieme, la rievocazione dei tratti dello Sweeney Todd/Johnny Depp tratteggiato da Tim Burton - l'eroe irrequieto alla ricerca della vendetta.
Il suo rapporto con la moglie, sempre molto stretto, però cambia e si evolve - sino al ribaltamento; è tutto un gioco di parti di pirandelliana memoria, dove Cheyenne da donnetta debole, demotivata e senza prospettive quale era si trasforma nell'uomo che, superata la crisi di mezza età, è riuscito ad andare 'oltre'.
Il suo viaggio quindi è esteriore e palese, fatto di tappe e di intoppi, ma anche e soprattutto interiore. Giunge alla risoluzione con lo scioglimento dell'intreccio, ma anche con il completamento della figura di un'ex rock star che non ne può più di quel mondo. Cheyenne dismette i panni folkloristici, in sostanza una maschera, per rivestirsi in modo comune e ritornare nel mondo, tra la sua famiglia.
Di pari passo procede anche l'estetica del lungometraggio: le scene sono costruite alla perfezione, ognuna di esse potrebbe costituire, di per sé, un'opera d'arte fotografica, grazie alla sapiente composizione armonica degli oggetti, e alla scelta di luci e colori.
In parallelo però ogni fotogramma viene introiettato nello spettatore e viene sublimato sino alla contemplazione.
Poco oltre la definizione, in questo caso riduttiva. di film, This Must Be the Place assume i connotati simultanei di mostra d'arte, composizione musicale, cronaca di viaggio e narrazione.