Passato al cinema, Steve McQueen conserva in "Hunger" e "Shame" il gusto per le belle immagini e la discontinuità narrativa che lo hanno reso celebre
Era noto agli addetti ai lavori per i suoi video, esposti un po’ in tutto il mondo (Biennale di Venezia, 2007 e 2009; Fondazione Prada, Milano 2005 Tate Britain, Londra 2003). Classe 1969, londinese, una lunga serie di premi alle spalle (Turner Prize, Londra 1999; ICA Futures Awards, Londra 1966), Steve McQueen era un artista promettente. Fino a Hunger (2008). Che di colpo, complice il premio Caméra d’or per la miglior opera prima al 61° Festival di Cannes, nella sezione "Un Certain Regard", lo proietta nel grande cinema.
Il salto è breve, saremmo tentati di dire. Perché McQueen controlla sì gli eccessi narrativi cui aveva abituato la critica ai tempi di Just Above My Head(1996) o Drumroll (1998) - troppo diverse le esigenze del medium per permettersi di fare diversamente. Ma ne conserva le peculiarità. Distillandole in un cinema nuovo, essenziale, in cui, fondamentale, è il dialogo con l’indefinito, l’inspiegabile, la parte più insondabile del sé. «Voglio porre il pubblico in una situazione in cui ognuno diviene sensibile al massimo grado verso se stesso, il proprio corpo e la propria respirazione». Cambiano le formule, ma l’obiettivo, in sostanza, rimane lo stesso.
Così, la discontinuità narrativa (ancora, la lezione del documentarista francese Jean Rouch), più marcata in Hunger che in Shame - quanti giri di coda, quanti falsi protagonisti, prima di arrivare a Bobby Sands -, continua a non fornire risposte. Siamo lontani dal cinema hollywoodiano classico, dove tutto è finalizzato alla costruzione del climax e poi dello scioglimento, nella massima economia di linguaggi espressivi. È la dinamica dello sguardo ciò che interessa McQueen. Con i suoi ralenty, le sue digressioni, e anche i suoi salti. Sta allo spettatore rinsaldarli, colmarli. Con l’immaginazione, certo. Ma anche con la memoria.
Sono evocative, le immagini di McQueen. Nella loro nuda essenzialità e il latente gusto pittorico (fondali neutri, tonalità dominanti, simmetrie compositive, gusto per il doppio, lo specchio), attingono all’insondabile. Come la scena, meravigliosa, tutta virata in blu, del poliziotto che, in silenzio, fuma una sigaretta, addossato alle mura del carcere, mentre la neve comincia a cadere (Hunger). Come Brandon che corre in una città senza anima, seguito a distanza con un magistrale movimento di macchina (Shame). Flash improvvisi, che irrompono nella realtà, la spezzano, la sconvolgono.
E le storie? Semplici. Storie di emarginazione. Di solitudini, di silenzi, di disperazioni. Bobby Sands è un esponente dell’Ira. Con i suoi compagni, in carcere, nel 1981 ordisce uno sciopero della fame (Hunger). Brandon è un trentacinquenne uomo d’affari, ossessionato dal sesso, in rapporto conflittuale con la sorella ribelle (Shame). Li mostra nella loro nudità, McQueen. Senza filtri di sorta e senza partecipazione apparente, ma con il distacco del documentarista. Guidandoci dritto all’anima. Quel tutto insondabile che ci turba, ci affascina, ci commuove.