Le opere della Collezione Acacia a Palazzo Reale, in una mostra che dovrebbe anticipare il futuro museo del contemporaneo della città.
Genio o schifezza? Quando si valuta un'opera senza la necessaria distanza storica si vive sempre quell'inquietudine tipica di chi non sa "valutare". E' veramente bella o è una sòla? E' una nuova aggiunta ai divertissement da luna park artistico o avrà una dignità che "durerà" nel tempo? Detto in altre parole: dove sta il metro di misura per noi contemporanei di fronte al contemporaneo stesso?
Forse però la domanda di cui sopra non è corretta: forse dovremmo avere soltanto una prospettiva documentarista, quello che un po' fa, molto lodevolmente, la collezione Acacia, associazione culturale senza fini di lucro che si propone di incentivare l’arte contemporanea, collezionare e creare quindi un museo cittadino a cui affidare tale collezione, sempre che il Comune raccolga l’offerta...
Una summa dell'arte di oggi: il che significa una raccolta al di là del bene e del male dove troviamo picchi e cadute; pur in un percorso breve una sintesi in qualche maniera puntuale di cos'è oggi il contemporaneo. Trenta opere di diciotto artisti, percezioni diverse e contrastanti: si va dalla sensazione di aver visto qualcosa di poetico a quella di non capire proprio dove si voglia andare a parare. Si oscilla tra la comprensione dell'idea (e il moderno è fatto molto più di intenzioni e idee artistiche piuttosto che di ottimi risultati) e lo spiazzamento di fronte al soliloquio fine a se stesso, all'esercizio di stile un po' vuoto.
Tuttavia stimoli ne arrivano; ad esempio da Maurizio Cattelan con i suoi lavori Love saves life e Untitled, quest’ultimo altro non è che la miniatura del più famoso dito medio innalzato di fronte al palazzo della Borsa, in cui sempre si sente il gusto per il grottesco e per il divertimento, per la spettacolarizzazione della provocazione, che se non è "arte bella" è quanto meno "arte che si impone e fa parlare" persino chi di arte non parla mai. Possiamo citare poi Mario Airò nella sala immediatamente successiva, del quale viene esposta un’opera del 2003 Là ci darem la mano, in cui due fiori escono dai loro vasi e i loro steli s’abbracciano; il tutto accompagnato dalla celebre aria mozartiana che si riproduce continuamente. Qui il gioco dell’artista ci sembra riuscito: due elementi che appartengono alla memoria di ognuno di noi, come possono essere due fiori, si fondono con un elemento di più grande portata culturale e collettiva come l’aria del celebre Don Giovanni di Mozart. La sensazione che ne scaturisce è davvero poetica e fornita di indubbia grazia.
E così pure si ha l’idea di qualcosa di poetico negli scheletri abbracciati di Marzia Migliora nella sua opera del 2007 La morte tornò a letto (ma il titolo è molto più lungo, e deve essere letto con attenzione, non vi anticipiamo nulla).
Parliamo di "poetica" non a caso: ci pare più consono a questo genere di opere il concetto di poiesis piuttosto che quello di "bellezza". Si crea, si suggerisce una suggestione prima ancora che voler cogliere e rappresentare il bello. Seguendo questa linea appare più trascurabile l’apporto dato da Lara Favaretto (già vincitrice lo scorso anno del Premio Acacia) che con il suo No one knows about Persian cats del 2011 crea una sorta di “tappeto” composto da tubi innocenti: i soliti oggetti logori e carichi di memoria che sanno un po' di già visto.
Nell’ultima stanza della mostra vi è poi l’interessante riproduzione video di Adrian Paci intitolata Believe in me, I’m an artist, in cui l’artista spiega ad un agente di polizia il significato di alcune foto che egli ha scattato alla figlia e che vengono intese dalle forze dell’ordine come l’espressione di una forma di pedofilia. Il video coinvolge ed è a tratti divertente: “Mi creda, sono un artista” dice Paci, e nel finale promette d’invitare l’agente ad una sua futura mostra. In questo c’è molto dell’arte contemporanea e del suo pubblico: quanti di noi davanti ad un’opera del contemporaneo si sono trovati nelle stesse condizioni dell’agente? E c'è anche tutto il salto storico della nostra epoca dove il potere politico è sempre più un ostacolo per l'artista mentre fino all'altro ieri l'autore faceva la gloria storica del politico.