Oldenburg è autore di una serie di sculture, sparse per il mondo, che ritraggono oggetti del quotidiano ingranditi all'ennesima potenza.
L'attività di Claes Oldenburg, nativo svedese e statunitense d'adozione, esplode negli anni sessanta, quando la pop art di Andy Warhol e di Roy Lichtenstein furoreggia. In quello stesso periodo l'artista apre un negozio, dal comunissimo nome The store, in cui inizia a vendere oggettistica piuttosto comune.
Più precisamente si tratta di riproduzioni di alimenti (non solo, ma il suo interesse si focalizza in particolare sul cibo) realizzate in gesso e dipinte. Dietro a questa operazione non si cela alcun intento mimetico, ma solo un'azione "contro-consumistica" che parte dall'interno: tutto può essere venduto, può trasformarsi in un souvenir e avere un suo ciclo economico. Certo, anche delle insignificanti riproduzioni.
Dagli esordi a oggi, però i tempi sono cambiati e Oldenburg ha proseguito la sua arte in maniera leggermente differente, molto spesso collaborando con la moglie Coosje van Bruggen, scomparsa nel 2009.
Sono certa che bene o male tutti ci saremo imbattuti - cittadini di buona parte del mondo occidentale e orientale - nelle loro sculture giganti, oggetti reali dalla presenza incombente, trasfigurati in mostri del moderno.
No, non siamo tanti Alice nel paese delle meraviglie, non abbiamo preso funghi con poteri rimpiccolenti. Lewis Carrol non c'entra. Siamo solamente di fronte a delle macroscopie della quotidianità, a delle sculture (quasi monumenti) le cui dimensioni sono sfuggite di mano al loro autore.
Così accade a Cleveland, in Ohio, davanti all'imponente Free Stamp (1985), collocato a fianco dell'edificio comunale della città. Oppure vicino a una bottiglia - The Bottle of Notes (1983), a Middlesbrough, Gran Bretagna - dove l'idea dell'opera sembra provenire dal 'messaggio nella bottiglia' lanciata in mare. Solo che ora le parole corsive si trovano sulla superficie metallica della scultura.
Non passa inosservata allo sguardo del passante l'enorme Saw - Sawing (1996), la sega dall'impugnatura rossa - perfetta segnaletica per il grande International Exhibition Center di Tokyo. E ancora, ad Eindhoven, The Flying Pins (2000) è la traduzione grigantografica di birilli fatti saltare in aria dal passaggio dirompente di una palla da bowling. In altre parole, la celebrazione del nuovo millennio, ma anche di una città sempre più importante all'interno di una quasi ufficiale Unione Europea.
Infine, per guardare più vicino a noi, a Milano, in Piazza Cadorna, campeggia l'Ago, filo e nodo (2000): un filo annodato che fa capolino in mezzo a una fontana, poi si perde, si immerge nelle viscere del cemento, e riemerge nei pressi della stazione ferroviaria avvinghiato a un ago dell'altezza di qualche metro. I tre colori del tessuto, rosso, verde e giallo, rappresentano le linee metropolitane milanesi e, al contempo, alludono alla tradizione laboriosa del tessile, tipica della città.
L'affondo nel terreno, inoltre, è una parafrasi simbolica della metropolitana, che a Cadorna ha uno dei suoi snodi principali.
La critica dall'interno, con il trascorrere dei decenni, sembra essere meno dura e tagliente. L'ironia è rimasta, insieme alla parafrasi dei luoghi e delle piazze: grazie a Oldenburg è nato un nuovo tipo di monumento - in parte globalizzato, perché trotterella per il mondo intero, per l'altra metà legato al territorio di appartenenza.