Per la prima volta in Italia, le straordinarie immagini di "This is not a house" di Edgar Martins, ispirate alla crisi dei mutui del 2006-2007
MILANO - Era la seconda metà del 2006 quando, per la prima volta, il mondo venne a conoscenza della sfrenata politica speculativa perseguita, nel mercato degli immobili, dalle banche statunitensi. Di lì a poco, la cosiddetta crisi dei subprime - i mutui concessi dagli istituti finanziari a debitori insolventi - avrebbe intaccato pesantemente gli indici borsistici, portando al collasso il sistema economico mondiale (4.100 miliardi di dollari, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale). Molte banche furono costrette a dichiarare bancarotta, svariate migliaia dii cittadini a vendere o abbandonare la proprietà.
Prende le mosse da qui “This is not a house”, uno dei lavori più maturi e ispirati del giovane talento portoghese Edgar Martins (1977), presentato, fino al 23 luglio, alla Galleria Camera 16 (curatela di Serena Zacheo e Carlo Madesani). Per tutto l’inverno del 2008, egli ha viaggiato per gli Stati Uniti (Atlanta, Georgia; Bakersfield, California; Donnely, Idaho; Phoenix, Arizona), fotografando case abbandonate, interni domestici consunti dal tempo, campi da golf, hotel “fantasma”, strade deserte, inondate dalla polvere, edifici in costruzione, mai completati. Con l’occhio analitico del reporter, certo. Tutto è documentato nei minimi particolari: i muri scrostati, le foglie secche che mulinano a terra, i cartoni, le prese della luce divelte, le porte abbattute a terra, le assi in legno che si affastellano dinanzi all’atrio di una casa di campagna, le tegole, accumulate sul tetto. Ma senza mai dimenticare la forza eversiva della poesia.
Perché non si limita, Martins, a denunciare un’emergenza sociale. L’impeccabilità dell’esecuzione fotografica, l'eleganza visiva, il bianco sfolgorante degli interni, la quieta luminescenza delle sale, la prospettiva centralizzata, entro cui viene direzionato lo sguardo e, soprattutto, la mancanza della presenza umana, impongono un distacco forzato, impedendo allo spettatore, di fatto, ogni adesione emotiva, a favore dell’analisi critica. Ma l’inserzione di elementi ”impossibili”, colti un attimo prima dello sconfinamento nel surrealismo – i tagli anomali di luce, la sedia sospesa, il contrasto tra la drammaticità degli eventi e l’ordine apparente degli interni, il dentro e il fuori – interviene a complicare le fila, generando un clima sospeso, carico di mistero, che raggela l’istante, trasformando il tempo immobile dell’assenza nel tempo mistico dell’attesa. Come in un film di Tarkovskij, ove l’esistente spalanca le porte all’invisibile.
Non si tratta più, allora, di una mera fotografia di reportage. Carica di pathos, magari, ma legata, sostanzialmente, alla storia, il contingente. Quella che Martins racconta è, in definitiva, la vita stessa. Ritratta subito dopo la sua scomparsa, come fossimo in un quadro di Gianfranco Ferroni. Con tutta la nostalgia, il senso di smarrimento e l’afflato poetico che solo un grande artista poteva infondere.