Juan Mirò, tra figura e scrittura
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2012/04/05 |
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Lingua: Italiano
Pag. 236 con CD-ROM
Anno: 2012
Editore: Et al.
ISBN 978-88-6463-042-7 A lungo tacciato d'infantilismo, Mirò rivela una profonda consapevolezza nel recupero delle origini e dell'animismo, riunificando parola e immagine
È stato accusato d’infantilismo. Ammirato, sì, da Bréton, i compagni surrealisti, ma con un fondo d’incomprensione. Il tratto, la poetica, la mania di collezionare disegni dei bambini - ne aveva centinaia -, sono stati erroneamente interpretati come segnali di un perdurante ancoramento all’infanzia. E invece, non è così. Perché Mirò è assimilabile, piuttosto, al "palombaro" ungarettiano. Il suo precipuo interesse è quello per la memoria biologica, se non primordiale, di cui ci ha lasciato segni ricorrenti, che non è erroneo definire, con Quenau, “miroglifici”.
Ad un lettore che domandi perché studiare, oggi, quel linguaggio, l’autrice di questo libro dà, essenzialmente, due risposte. Da un punto di vista semiotico, il linguaggio di Mirò segna la definitiva riconciliazione tra la cultura visuale e quella verbale, indebitamente separate dall’Occidente. Esiste, nell’artista catalano, una vera e propria retorica del figurale che lo porta a indagare le radici prime, primordiali, che precedono la divisione tra parola e immagine. Quel linguaggio primigenio, ancora presente in Cina e in genere negli ideogrammi orientali, che rivendica l’origine figurale della parola – si pensi solo all’evoluzione dell’alfabeto dalle scene di caccia tracciate dai nostri antenati nelle caverne.
Ma c’è dell’altro. Nel suo percorso a ritroso, Mirò giunge ad un’altra verità. Indebitamente allontanato dalla civiltà Occidentale, l’animismo torna per rivelare il nesso comune che lega l’uomo allo spazio, il soggetto all’oggetto, la res cogitans con la res extensa, per dirla con Cartesio. Grande merito di Mirò è stato quello di aver trovato il collante per unire le cose ai segni, in una celebrazione orgiastica della vita che non ammette divisioni. Un’elasticità nuova, punteggiata d’immagini quotidiane – mani, piedi, genitali – come di oggetti metafisici – sole, luna stelle - che ridà fiato e movimento allo iato soggetto-oggetto su cui è fondata la moderna civiltà occidentale, e che è alla radice della violenza inflitta alla natura, la separazione stessa, platonica, tra anima e corpo.
Non era facile, evidentemente, affrontare tutto questo con competenza e il necessario approfondimento, senza peccare di presunzione. Tiziana Migliore ci è riuscita in un saggio di grande pregnanza, che muove dallo studio del secondo Mirò – quello dei disegni, oltre 15.000, 300 dei quali inediti, meno conosciuti in Occidente – per rintracciarne le ricorrenze, le figure, semanticamente riqualificate, sì da elaborare un dizionario, sufficientemente aggiornato, di una lingua nuova, insolita, straordinariamente densa e paradossale, tutt’ora ineguagliata.
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| ROBERTO RIZZENTE for ARTITUDE |
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