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Il teatro Ricci/Forte attraverso le parole di Valentina Beotti, performer di Grimmless e Wunderkammer

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2012/05/26

 
 



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Uno: non credete alle fiabe. Due: non abbiate vergogna. Tre: svegliatevi dal letargo. Il teatro disarmante Ricci/Forte percorre - e percuote -l'Italia

 

"Propongo un teatro in cui le immagini fisiche violente frantumino e ipnotizzino la sensibilità dello spettatore travolto dal teatro come da un turbine di forze superiori"
 
                                                                                                          Antonin Artaud (1896-1948)
 
Teatro della crudeltà, lo potremmo forse definire, prendendo in prestito l'espressione dal manifesto di Antonin Artaud, una delle figure più rappresentative dell'avanguardia teatrale della Francia tra le due guerre. Crudeltà non come dolore fisico, ma come esperienza di scavo interiore degli attori e del pubblico, come prova d'iniziazione che costringe oltre il limen del "si dice" e "si fa". Ecco perché, quando andiamo a vedereGrimmless, Wunderkammer soap o Macadamia Nut Brittle dell'acclamato e controverso duo teatrale Ricci/Forte, attualmente in tournée in diverse città italiane, prepariamoci allo schiaffo, visivo/emotivo, che arriva sempre. 
 
E se al pubblico viene chiesto di staccare la flebo che lo anestetizza e di prendere una boccata di vertiginoso ossigeno, i performer della compagnia Ricci/Forte (presente anche alla Biennale di Venezia 2011 nella sezione speciale riservata alla scena italiana contemporanea con Grimmless),  sacrificano ogni pudore per diventare corpi che raccontano, con immediatezza e crudezza, infinite solitudini e  infiniti disagi della contemporaneità, attraverso una drammaturgia che destruttura il linguaggio e crea cortocircuiti, enfatizza l'estetica e la banalità del quotidiano, attinge da diversi ambiti artistici, tra citazioni colte e suggestioni pop. 
 
Valentina Beotti (Genova, 1978) è un'attrice italiana (di teatro, televisione e videoclip) e una delle protagoniste di Grimmless e Wunderkammer Soap. Attraverso le sue parole, entriamo nel dietro le quinte del teatro più feroce degli ultimi anni.
 
Hai iniziato a lavorare in teatro molto giovane sotto la direzione artistica di Albertazzi e alla fine degli anni '90 hai recitato in Una giornata nella vita delle città, per la regia di Judith Malina. In che modo l'esperienza del Living Theatre è confluita nelle tue performances con la compagnia Ricci/Forte?
 
Il Living Theatre rappresenta un'avanguardia storica a cui ho guardato con interesse e stima sin da quando ha cominciato ad incuriosirmi il teatro. La mia esperienza con loro risale al 1999, quando il teatro stabile di Genova organizzò un workshop finalizzato all'allestimento di una performance sulle contraddizioni della città. In quell'occasione intuii il caleidoscopio di possibilità comunicative di un flash mob teatrale e compresi che un interprete ha delle potenzialità, ti avrei detto allora, ha il dovere ti dico oggi, di portare un senso fatto di "sé" all'interno del personaggio. Se devo trovare un punto di connessione tra l'esperienza con il Living Theatre e il lavoro che porto avanti oggi con lacompagnia Ricci/Forte direi che è proprio questo. Il punto di partenza dell'indagine di oggi, in cui il personaggio non c'è più, ma ci sono io, con le mie debolezze, i drammi personali, i momenti intimi e riservati che diventano pubblici nel momento in cui li si offre in fase di creazione. Non puoi trasmettere un messaggio in cui credi nascondendoti dietro a qualcun altro, devi assumerti la responsabilità di quello che stai dicendo,mettendoci non solo la tua faccia.
 
Il linguaggio contemporaneo che mettete in scena è tanto osannato quanto discusso. Il pubblico italiano è pronto per un teatro così anticonvenzionale e provocatorio?
 
L'eventualità di un pubblico non pronto, rende l'uso di quel linguaggio ancora più necessario per fornire codici alfabetici e rendere lo spettatore capace e consapevole. Mi sono resa conto che lo scoglio più grande a livello di comunicazione spesso è rappresentato dalle istituzioni che regolano il teatro italiano. Se per provocazione s'intende cercare un dialogo con il pubblico che stimoli il pensiero, allora sì direi che il nostro intento è quello di essere provocatori.
 
Come il teatro-laboratorio di Grotowski anche il vostro lavoro sembra basarsi sul principio che : "l'arte non può essere regolata dalle leggi della comune moralità o da un qualsiasi catechismo", ma a differenza di quel teatro, basato sulla povertà dei mezzi, le vostre performances sono luoghi dove anche l'estetica e l'allestimento giocano un ruolo importante nella critica sociale. E' così?
 
La scelta di elementi che rappresentino il mondo in cui viviamo, aiuta a contestualizzare quello di cui parliamo. Viviamo in una società fast food, in cui grossi marchi garantiscono grossi consumi. Quei simboli portati in scena diventano lenti di ingrandimento su quello che rappresentano. Quello che dagli schermi televisivi ci viene proposto ammantato di piacere rassicurante, nei nostri spettacoli appare esplodendo come una granata di chiodi. Penso alla Nutella di Wunderkammer - Edoardo II, o allepatatine di Mc' Donald di Wunderkammer - Didone, elementi che perdono il loro potere consolatorio perché non sono più in grado di farti sentire parte di un branco.
 
Immagino che i vostri spettacoli richiedano  per voi attori un impegno e un'energia che non sono paragonabili ad altre messeinscene. Ci racconti la tua palestra per diventare attrice Ricci/Forte?
 
La compagnia si avvale della preziosissima collaborazione di Marco Angelilli. Lui cura i movimenti scenici che compongono gli spettacoli e ci prepara con un training mirato a seconda della performance. In Grimmless il rischio di trovarsi a metà spettacolo con la respirazione di un ottuagenario è sempre dietro l'angolo perciò è fondamentale tenersi in forma. Per il resto diciamo che cerco di mantenere i miei rubinetti emotivi il più aperti possibile.
 
Soddisfazioni e fatiche...
 
La maggiore soddisfazione arriva sempre, puntuale alla fine di ogni replica, nel momento in cui un breve buio intervalla lo spegnersi delle luci di scene e l'accendersi delle luci di sala. In quel buio ci si alza, stravolti, ci si allinea stringendosi le mani e si guarda negli occhi chi ti ha dedicato un paio d'ore del suo tempo. Riconoscere condivisione, gratitudine o rabbia, disappunto, qualunque emozione testimoni che qualcosa si è mosso, in quegli occhi, è un dono dal valore inestimabile. Riguardo le fatiche, direi che portare avanti il proprio lavoro, in un paese che azzera ogni tipo di fondo o possibilità di finanziamento allo spettacolo, è decisamente faticoso.
 
In Grimmless e Wunderkammer che ruolo hai? Come ti muovi nello spazio scenico?
 
Wunderkammer Soap è un progetto composto da sette performances ispirate all'opera di Christopher Marlowe. Io faccio parte degli episodi Edoardo II e La Strage di Parigi. In Edoardo II si assite a una scena di cattività in cui tre donne disumanizzate cercano di annullare qualsiasi ricordo delle illusioni di gioia passate. Nella Strage di Parigi sono una Caterina De Medici campionessa olimpionica nell'anestetizzarsi ai sentimenti in virtù della ragione di Stato. Grimmless è un progetto sul mondo delle favole, quelle che ci hanno creato false illusioni quando eravamo piccoli, quelle che si insinuano nelle nostre vite dal web attraverso i social network, quelle di quando ti accorgi che le favole in realtà non esistono, Grimmless senza Grimm appunto. Qui il processo creativo è partito dalla nostra esperienza personale. Abbiamo preso in prestito alcuni personaggi archetipo della tradizione dei fratelli Grimm e li abbiamo riletti attraverso il nostro vissuto. Non a caso in scena ciascuno porta il proprio nome. In Grimmless sono Valentina. In scena il rapporto con i compagni è di costante relazione. Ci si cerca, ci si monitora, si dà e riceve energia.
 
Foto di Claudia Pajewski
Per info sulle date degli spettacoli www.ricciforte.com


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