Cinema story. Intervista a Luca Zampetti |
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2012/05/09 |
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Luca Zampetti, poeta e pittore realista, esponente della Nuova Figurazione Italiana, si racconta a Artitude...
La scelta della figurazione è, afferma giustamente Luca Zampetti, una scelta difficile e coraggiosa perché, per dirla con le parole di Tiziano Forni, “non c'è nulla di più brutto di un brutto figurativo". Il linguaggio di Luca Zampetti mutua molto dall’impianto cinematografico, mentre l’opera è concepita come uno strumento di racconto. C’è un prima e un dopo, e il tentativo di allargare il segmento temporale. La realizzazione tecnica di ciascuna delle sue opere si basa su una progettazione minuziosa che lascia poco spazio al caso: la location, i protagonisti, i coprotagonisti vengono creati dopo una lunga gestazione che si basa su studi preparatori, storyboard, disegni, simulazioni multimediali che danno all’artista un’idea precisa di come sarà l’opera finita. Abbiamo parlato con Luca delle varie fasi del processo creativo.
Un aspetto interessante dei tuoi lavori è la progettazione, che avviene al computer. Il pc e soprattutto internet sono diventati strumenti imprescindibili per la creazione. Alcuni giovani critici come Ivan Quaroni hanno messo in evidenza lo “sguardo” cumulativo dell’artista contemporaneo il quale ingloba un’infinità di immagini per poi rimontarle sulla tela…
Sì, è proprio vero! Ad esempio io scelgo i personaggi delle mie opere da un vasto archivio di foto che ho formato nell'arco degli ultimi 12 anni, trovati principalmente in internet, nei siti più disparati, alla ricerca comunque di “carne vera”, inconsapevole di essere utilizzata come linguaggio artistico.
Oriana Fallaci, Robert de Niro... perché ti interessano questi personaggi mediatici che fanno parte dell'immaginario comune?
Dipende dall'utilizzo che ne faccio. Comunque sono icone, e come dici tu, sono patrimonio dell'immaginario collettivo e quindi termini di un linguaggio condiviso, più diretto di altri, più capace di entrare dentro, colpire, rimembrare, stimolare ritmi associativi con eventi personali, con passioni sopite, amori non detti, istinti repressi. Quando ad esempio l'ordine dei giornalisti delle Marche mi ha invitato a realizzare un'opera per la collezione permanente dell'Ordine, ispirata alla libertà di stampa, ho pensato a cosa o a chi in me ricordasse immediatamente questo concetto. Non c'è stato dubbio, era Oriana, donna, libera, senza filtri, capace di essere dura come un pugno nello stomaco e toccante come il rimpianto di qualcosa che non sei riuscito a fare. In una parola: scomoda, come la libertà.
Dal punto di vista formale come definiresti il tuo stile?
Credo che "realismo narrativo" possa essere un acronimo vicino a quello che tento di fare. Voglio dire che ho sempre concepito l'opera come un racconto, con un segmento temporale innestato dentro ed un primo ed un poi nel DNA del racconto stesso.
Raccontare è comunicare, con un interlocutore ipotetico, attraverso un linguaggio decifrabile, diretto, insomma pop. Il new pop, quello teorizzato e sostenuto per esempio da Ivan è più recente, necessariamente, e io vengo prima, da quella "cronaca vera" come ebbe a definirla tredici anni fa Maurizio Sciaccaluga; e lui di cronaca se ne intendeva, venendo proprio dalla nera del Secolo XIX di Genova.
C’è un artista con cui senti un'affinità particolare, poetica o stilistica?
Sento grandi affinità più nel mondo del cinema che non in quello cui appartengo. Penso in primis a Sergio Leone, per me il più grande, poi Bertolucci, Ferzan Ozpetek, Muccino. All'estero Wim Wenders, Luc Besson, Jean Jacques Annaud, Hitchcock…
Cosa ti colpisce nei film di Gabriele Muccino?
Se penso a film come L'Ultimo Bacio o Sette Anime, il ritmo, la semplicità della storia, quasi banale la prima, assurda fino al verosimile la seconda, quell'essere comunque dentro il tempo. Anche The pursuit of happiness è dentro il cerchio di quello che amo, insomma c'è la capacità di raccontare, e di farlo con un linguaggio dei nostri giorni, ma non banale, perché ciò che è vero non è mai banale.
Hai mai pensato di cimentarti con la regia, o con altri mestieri più strettamente connessi al mondo del cinema?
Ci penso spesso, ultimamente ancora di più, ma credo anche fortemente nella professionalità. Non ci si si può improvvisare, ma si può provare. Chissà.
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| ELENA OVECINA for ARTITUDE |
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