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Cingolani
 


Giuseppe Rossi. L’artista del dendronaturalismo

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2011/08/12

 
 



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Tronchi contorti di alberi millenari rappresentano la Storia dell'Uomo, che le radici hanno assorbito dalla terra nei secoli.

Attraverso un racconto appassionato e appassionante, lungo il sentiero di una vita che inizia a Roma il 9 febbraio 1958, Giuseppe Rossi ci spiega la sua arte, il suo mondo e il nuovo debutto dopo anni di silenzio.

Le sue opere restituiscono una personalissima visione della dimensione dell’esistenza. Tronchi contorti e svuotati, grovigli di linee nelle cortecce straziate e nodose di olivi e castagni - tipici della sua terra - sono trasposti sulla tela come sotto l’effetto di una lente d’ingrandimento. Cortecce e radici sono sviluppate da pennellate che scavano e frugano nelle pieghe di alberi che sono monumentali superstiti, testimoni silenziosi e millenari dell’esistenza umana e della sua Storia.

Così inizia il suo racconto, nella piccola galleria che ospita fino al 15 agosto la sua mostra personale a Soriano nel Cimino (VT):

Ho iniziato fin da piccolo, a 16 anni, a prendere i pennelli in mano, scopiazzando i grandi, tra cui Van Gogh che era uno dei miei preferiti. Ho fatto anche figure dal vero, a 17 anni. Poi ho affrontato diversi temi, come paesaggi e nature morte. Intorno ai vent’anni ho iniziato a studiare Boccioni e Braque, soprattutto nel periodo cubista-futurista, dandone una mia interpretazione con cui ho affrontato i temi sociali di quegli anni, le lotte politiche, la scuola, l’emarginazione, il boom delle costruzioni. Il mio carattere in fermento mi faceva essere molto attento a questi temi, ricordo un quadro in cui spaccati alla futurista, che rappresentavano paesaggi della città di Roma con le gru dei palazzi in costruzione, sembravano strangolare un uomo sdraiato su una panchina, un emarginato, fagocitato dal sistema cui era estraneo. Oppure ho dipinto una donna intenta a leggere giornali (L’Unità e Il Messaggero) usando colori diversi, da caldi a freddi, per rappresentare le emozioni che provava nella lettura.

Ma la mia attenzione al paesaggio, agli alberi, ai boschi di Manziana dove vivevo, mi ha portato a rappresentare soprattutto questi soggetti, con diverse tecniche come il divisionismo o la maniera macchiaiola, sempre sperimentando. Alla fine degli anni Settanta ho seguito alcuni corsi all’Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo, poi sono stato chiamato per il militare e gli eventi della vita mi hanno portato a formare una famiglia, a cercare un lavoro che mi sostenesse. Mi sono dedicato all’antiquariato e al restauro, sia della ceramica medievale e rinascimentale (materia che avevo studiato in Accademia) sia al restauro del mobile. Ma il fuoco della pittura sotto le ceneri continuava ad ardere e verso il 2000 il vulcano che avevo dentro è esploso e ho ricominciato a dipingere paesaggi in modo sistematico, alla macchiaiola, con particolare attenzione alle piante nel loro contesto. La maturità, raggiunta in tutti quegli anni di silenzio, mi ha poi fatto porre attenzione ai tronchi di piante secolari, che erano bellissimi, come pioppi e sugheri che hanno una corteccia molto particolare, e poi agli olivi, e naturalmente - vivendo a Soriano nel Cimino - ai castagni. La mia attenzione si è spostata dal punto di vista estetico a un punto di vista più storico, più sociale, culturale, soprattutto per olivi e castagni che fanno parte della nostra storia millenaria e della nostra cultura territoriale. Il castagno era detto “la pianta del pane” perché dava frutti, legna, farina, tutto il sostentamento per la gente povera. Olivo e castagno sono legati all’uomo in modo eccezionale: l’uomo ha vissuto grazie a queste piante e le ha poi curate, potandole, scavandole per eliminare la malattia che attacca i tronchi, così l’uomo è diventato partecipe della vita di questi alberi che a loro volta lo hanno ripagato con i frutti. E questo intreccio, questa interazione storica con l’uomo, si è ampliata nei secoli. Quindi la nostra vita è imperniata e impregnata sulla vita di queste piante, che hanno un’importanza storica, sociale, culturale enorme. Ad esempio, Adamo era stato sotterrato con tre semi in bocca, tra cui uno d’olivo, e da quel terreno sono nati poi i tre alberi. Anche in epoca Maya, c’era una divinità rappresentata da una pianta enorme che affondava le radici nel terreno dove erano stati sepolti gli uomini. Quindi quelle radici assorbivano la vita di chi era vissuto in quei posti e la pianta dava poi la vita a sua volta, come un ciclo continuo, dalla morte alla vita della pianta, dalla pianta alla vita degli uomini e così via.

In questo senso, le mie rappresentazioni di alcune parti della corteccia sono un metodo metafisico di rappresentare. Io ritraggo la pianta ma rappresento l’uomo. L’importante non è quello che si vede, non si frema tutto lì, ma è tutto quello che c’è dietro, tutto quello che rappresenta.

Parlami di come utilizzi i colori, dai caldi ai freddi, che sollecitano emozioni diverse.

Ogni colore dà emozioni diverse, ti fa pensare a cose diverse. Questi miei colori che vanno dai colori freddi a quelli caldi nello stesso quadro, sono la rappresentazione di quello che si è dentro. Ci sono stati dei visitatori alle mie mostre che sono riusciti a leggere la mia personalità guardando i miei quadri! Quando dipingo io non ci penso, credo sia il cuore che sorregge la mano e la spinge verso colori che sono diversi ogni giorno in base al sentimento, al momento che stai vivendo. Non ho mai pensato “che colore metto oggi sulla tela”, è sempre una scelta istintiva ed emotiva. Vedi, anche quei buchi, le cavità del tronco, il buio che dà esasperazione, angoscia ma poi all’interno c’è sempre un puntino, una luce che ristabilisce quella speranza nel futuro. Poi la cosa che mi stupisce sempre è che in ogni quadro ciascuno vede una cosa diversa. Non sono semplici tronchi, allora, diventano delle rappresentazioni di noi stessi, ci caschiamo dentro andando a cercare qualcosa, un’immagine.

Come ti viene l’idea di una forma, di un intreccio di rami o radici, ti rifai a ciò che vedi?

Sì, sono tutte parti di tronco che io vedo girando nel mio territorio, nei paesi limitrofi o ad esempio nella collina di Ansedonia che mi ha ispirato diversi quadri come la serie sull’olivo di Cosa. Quello che ti ho raccontato prima sui Maya, io l’ho scoperto assistendo ad una conferenza su Frida Khalo che aveva riportato le stesse rappresentazioni in alcuni suoi quadri, quindi questi alberi che affondano le radici in terreni dove sono stati sepolti popoli. Quella stessa idea l’ho avuta anche io, senza saperne nulla, quando mi trovavo sulla collina di Ansedonia dove ho visto la città etrusco-romana di Cosa e ho visto poi quegli olivi millenari che affondavano le radici nel terreno dove si trovano tegole, mattoni, resti di villaggi antichissimi, un terreno vissuto dai nostri avi. Quindi quelle radici assorbono la vita di chi è stato lì prima di noi. Raffigurando quelle piante io rappresento la nostra storia, la nostra cultura, le nostre stesse radici. Non sono dei semplici vegetali, sono delle entità storiche, dei monumenti alla storia.

Mi incuriosisce il termine "dendronaturalismo", che dà spesso il titolo alle tue mostre. Come nasce?

Il termine dendronaturalismo è stato coniato dalla mia carissima amica e storica dell’arte Alessandra Corsi, che mi ha regalato una sua critica e questo termine, che indica proprio lo studio della pianta, naturalisticamente come faccio io. Ad esempio c’è una materia universitaria che si chiama dendrochirurgia, che è lo studio della salvaguardia medica della pianta.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Spero di poter lavorare solo con la pittura, perché vorrei morire pittore, quando sarà!

Dal 20 agosto terrò una mostra ad Arco (TN), vicino al Museo Segantini, e sarà una coincidenza ma lui è nato esattamente 100 anni prima di me. Poi dall’11 al 25 settembre sarò al Museo Diocesano di Viterbo. Infine a dicembre sarò alla Biennale di Firenze con tre quadri, e per la partecipazione - che ha un costo che non potevo sostenere da solo - alcuni miei amici si sono adoperati organizzando l’evento “Pino dacci un taglio”. Io ho messo in gioco un mio quadro, che è stato diviso in tante parti e ogni amico, cliente, conoscente ha acquistato un pezzetto di questo mio quadro per sostenere la mia partecipazione alla Biennale. Un bel momento, molto toccante, perché ho visto che gli amici esistono davvero, che ci sono persone che credono in me e che nel momento del bisogno mi hanno aiutato e sostenuto.



CRISTINA PONTISSO for ARTITUDE
 
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