Le bugie dell'identità smascherate con un linguaggio provocatorio, attuale e multimediale
E se "Madame Bovary" diventasse un "monsieur"? E se "Il Dottor Zivago" fosse una dottoressa? Forse questo pensiero non vi ha mai sfiorato e sarà l'artista Daniela Comani (di origine bolognese, berlinese di adozione) a farlo affiorare alla nostra Coscienza sfidando l'autorità del Super Io che non gradisce simili esperimenti sovversivi. Se, come diceva G. Bernard Shaw "si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d'arte per guardare la propria anima" siamo costantemente abbagliati da riflessi bugiardi, mistificatori, ipocriti che ci abituano a poche e ricorrenti certezze.
Lavori come quelli di Daniela Comani rompono gli specchi e puntano il riflettore nella nostra quotidianità, smascherando le prigioni degli stereotipi sociali, culturali con un linguaggio multimediale, quasi uno strumento antropologico e sociologico. Vincitrice di premi e borse di studio, l’artista ha partecipato a numerose collettive e personali in Italia e all’estero. I suoi lavori sono presenti nelle collezioni permanenti del MAMbo a Bologna, del Kupferstichkabinet dei Musei Statali di Berlino e del Museo on the Seam a Gerusalemme e dal 1996 espone nella Galleria Studio G7 di Bologna.
Da dove nasce l'idea di trasformare il “sesso” dei libri? E qual è il percorso della mostra?
La mostra da Charlie James a Los Angeles presenta 3 lavori degli ultimi anni: la serie "Novità editoriali a cura di Daniela Comani", una selezione di foto della serie "Un matrimonio felice" e la versione inglese del pezzo "Sono stata io. Diario 1900-1999 (It was me. Diary 1900-1999). Il titolo della mostra è già un breve riassunto del contenuto: 366 days, 52 bookcovers and 1 happy couple. Dietro a questa selezione c'era l'intenzione di proporre diversi percorsi di riflessione tra gender e identità, come la mutevolezza del sesso, l'unisono nel diverso, o meglio una riflessione che sta alla base tra questi generi nelle loro diverse dinamiche culturali. L'orientamento della ricerca è l'unità che unisce maschile e femminile, vittima e carnefice, nei molteplici ruoli che la storia gli affida: questo è quello che mi interessa.
Le sue opere affrontano spesso tematiche sociali, con sarcasmo e ironia. Quanto è necessario oggi, nonostante la libertà di pensiero e azione in cui presumiamo di vivere, scardinare i pregiudizi?
Appunto "presumiamo" e questo indica non necessariamente che viviamo veramente questa libertà di pensiero e azione. Un esempio evidente lo si può trovare proprio nella serie "Un matrimonio felice": le differenze che uso per mettere in scena l'uomo e la donna sono minimali, ma efficaci. Ad esempio lui siede a gambe aperte, lei composta e questi sono stereotipi che funzionano oggi come funzionavano 50 anni fa.
"Sono stata io. Diario 1900-1999" è uno dei progetti presentati alla Biennale di Venezia. Con quest'opera lei sembra giocare sul rapporto vittima/carnefice, autrice/protagonista dei fatti, un flusso di coscienza personale e universale attraverso un secolo. Ci spiega meglio di cosa si tratta?
L'idea o meglio l'esigenza di realizzare il progetto è iniziata nel 1999: il ventesimo secolo si stava concludendo e la pesantezza dei fatti che lo hanno pregnato mi ha molto coinvolta. Mi interessava mettere a fuoco l'immagine di una persona che attraversa tutto il secolo quasi di corsa, senza respiro, un giorno è vittima, il giorno dopo carnefice. Ho riscritto in prima persona tutti questi fatti accaduti realmente, in forma di diario: dal 1 gennaio al 31 dicembre, 366 giorni, una sorta di cerchio dove la storia continua: cambiano i nomi, i luoghi, ma i fatti come tali si ripetono.
Cosa significa per una bolognese come lei vivere in una capitale dell'arte contemporanea come Berlino?
Sono arrivata a Berlino (ovest) nel 1989, pochi mesi prima del crollo del muro, quando la città non era affatto una capitale dell'arte contemporanea. La scena internazionale artistica si muoveva tra New York-Londra-Colonia. Berlino era interessante a livello storico-politico, in nessun'altra città europea era così visibile la storia del passato anteriore come a Berlino. Quotidianamente si potevano trovare tracce degli esiti della seconda guerra mondiale; i conflitti della guerra fredda negli anni '60 e '70 hanno anche segnato in parte l'architettura delle due zone della città, quella est e quella ovest. E questo confronto quotidiano con la storia ha sicuramente influito molto sulla realizzazione di un lavoro come "Sono stata io. Diario 1900-1999".