"L'arte non nasce come risposta, ma come domanda: è esigenza, bisogno di nuove risposte custodite nelle nostre azioni e nei nostri comportamenti"“I believe that art is not an answer but a question, a need for new answers kept in our actions and behaviors."
Marco Cingolani è nato a Recanati (AN) il 6 maggio 1985.
Diplomato presso l'Istituto Statale d'Arte di Macerata nel 2004, si è iscritto alla scuola di scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Macerata.
Conseguito il diploma di primo e secondo livello, entrambi con il massimo dei voti e la lode della commissione, vive e lavora a Recanati.
"Credo che l’arte non nasca come risposta, ma come domanda, che sia esigenza, bisogno di nuove risposte custodite nelle nostre azioni e nei nostri comportamenti.
Le nostre domande condizionano le nostre azioni e caratterizzano ogni nostro istante; il nostro percorso è caratterizzato e costituito da continui interrogativi che ci spingono in una ricerca; ci si aggrappa ad ogni punto interrogativo come uno scalatore, un arrampicatore, determinato a salire per scoprire sempre nuovi paesaggi, per allargare il proprio orizzonte.
Le domande sono le fondamenta della conoscenza e del sapere che nasce come risposta a ciò che non conosciamo e che a sua volta permette di porci nuovi interrogativi.
Senza domande non troveremo soluzioni, non avremo risposte né bisogno di cambiamento, ogni domanda è una porta che si apre a nuove possibilità."
M. Cingolani
Luci e ombre di corpi pensanti
di Manuele Grosso
Corpi, porzioni di corpi, mani, braccia, busti, toraci: il corpo come specchio dell’anima. Un’anima di cui si intuisce poco o nulla visto che tendono a scomparire i segni distintivi che più esplicitamente “comunicano”: gli occhi, i sorrisi, le sopracciglia aggrottate, le rughe. Ma le posizioni di questi corpi dicono tutto: chinate, prostrate, sofferenti o sognanti, ferme o cineticamente sospese.
Marco Cingolani lavora con il filo di ferro ma è come se questo filo ci facesse perdere il filo: certamente un mondo di pensieri tormenta e schiaccia questi novelli Atlante che portano un macigno di sentire che ci è nascosto: non sappiamo cosa e perché li affligge, non intuiamo l’occasione della nascita di questo dolore accennato ma palpabile.
“Solo et pensoso i piú deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti”: Petrarca, Valchiusa, la pesantezza del tempo e dello spazio che ci circonda, la pensosità. Questo viene alla mente vedendo le sculture di Cingolani. Pensosità, qualità diversa dallo stress moderno da accumulo di pensieri.
La pensosità è filosofia, riguarda il vivere, non è semplicemente preoccupazione. La pensosità è riflettente, si costruisce con l’esperienza del tempo,
Queste figure pensose sembrano caricarsi di una identità e di una riflessione collettiva, sembrano mutarsi da sé per intrattenere rapporti segreti con gli altri corpi del mondo. Sono chiuse in sé, imprigionate da questi infiniti fili che le trattengono, che le segnano; sono fatte di filo intrecciato, saldato, che si aggroviglia in giravolte e intrecci, come i gomitoli inestricabili dei pensieri ma ci lasciano, apparentemente, anche aperto lo spazio della loro interiorità.
Ma guardando dentro questa illusoria interiorità aperta, attraversando i fili di questi corpi, non vediamo nulla: il filo crea una scultura con un vuoto interiore che è la stessa replica dell’insondabilità di ogni essere. Le forme si fanno eteree, in dissolvenza, come i corpi che spesso non sono conclusi, quasi a mostrare le ferite, i tagli, l’impossibilità di compimento e di senso definito e definitivo che è ogni vita umana.
Sculture quasi tratteggiate, dove il filo dà l’illusione del carboncino o della matita su tela, una tridimensionalità diversa, fiera nella sua precarietà, che sembra costruirsi mentre la guardiamo. Ricami dove il metallo perde il suo monocolore e la sua freddezza per assumere il calore del chiaro-scuro, delle tonalità di grigio e di ombra che la fine disposizione riesce a creare. Luci e ombre, le seconde sembrano più potenti e rischiano di sovrastare: ma in definitiva il filo è così sottile e spazio per la luce ce n’è, comunque, molto.
Nel segno dell’introspezione
di Elena Ovecina
Il segno assume un ruolo di primissimo piano nella ricerca del giovane artista Marco Cingolani, è il fulcro, il punto cardine intorno al quale tutta la sua produzione artistica ruota.
Ed è una sua prerogativa, un’esigenza esplicitamente dichiarata, quella di usare ogni frammento di filo metallico con il quale crea le sue sculture appunto come segno grafico. Un segno nervoso che si arrotola su se stesso, che avvolge e delinea l’oggetto raffigurato con linee centripete.
Marco Cingolani concepisce le sue figure piegate su stesse basandosi sul proprio vissuto, ma anche intrattenendo un dialogo con la grande tradizione del passato, che diventa affettivo (oltreché, in qualche modo, derivativo) con Alberto Giacometti in primis. Il filo metallico è un groviglio, una matassa che si riavvolge su se stessa, un intreccio di linee curve concentriche che contengono un vuoto. Ed è il vuoto, come in Giacometti, ad essere la parte più significativa dell’opera.
Quell’abisso, metafora di un guardarsi dentro con insistenza, di un ripiegamento su se stessi, ossessiva ricerca di sé e aspirazione alla comprensione e alla conoscenza totale del proprio io che rimane un miraggio irraggiungibile.
La figura umana analizzata in chiave esistenziale è sempre al centro della riflessione. Corpo ma soprattutto spirito: l’uomo ritratto in un atteggiamento riflessivo e introspettivo. Il groviglio-matassa di fili di metallo viene collocato entro confini precisi, in uno spazio ermetico, mentale, interiore. Proprio per questo, tuttavia, la figura umana si libera dalle interferenze dell’esterno, può così interrogarsi sulla sua vera natura. Così anche la dicotomia interno-esterno, una delle eterne ossessioni giacomettiane, è fatta così propria da Marco.
È l’autore stesso a paragonare i suoi lavori alle opere grafiche dello scultore svizzero e a dichiarare che le sue sculture sono in realtà simili a disegni.
Ne hanno tutte le caratteristiche. I fili metallici assomigliano a un tratto netto che si staglia sul bianco cangiante dello sfondo. E questo sfondo è paragonabile a un foglio sul quale l’artista disperatamente cerca di fissare un qualcosa di concreto che si possa rapportare alla realtà, la “presenza” fisica della figura umana, o la traccia di un’esperienza vissuta. Accanto alle figure più strutturate dei primi lavori, recentemente sono comparse, infatti, tra le opere di Cingolani, altri lavori più ambigui, più sfuggenti, più astratti.
Sculture-disegni che diventano quindi appunti diaristici, riflessioni sugli accadimenti quotidiani, meditazioni sulle trasformazioni dell’io.
Il disegno è, in definitiva, alla base della forma creata e della ricerca quotidiana dell’artista, è simile a un diario grafico che è traslazione del proprio universo poetico, la sua espressione più immediata.
Cingolani, il soffio dell’esistente
di Roberto Rizzente
C’è la vita, dietro quelle linee, quel groviglio inesplicabile di accenni, di accidenti. Selvaggia, pulsante, trepida e disperata. Come ci si aspetterebbe, a ragione, da un ragazzo di quella generazione. Ma, insieme, c’è la sublimazione simbolica, la memoria e la sintesi storica, in un dialogo ininterrotto con il passato, la tradizione.
L’orizzonte culturale su cui si muove il giovane scultore è quello dell’esistenzialismo. Alberto Giacometti, ma anche Beckett, Heidegger, sono riferimenti imprescindibili per cogliere la portata del suo messaggio. Solo che quelle esperienze erano generate da un contesto storico ben preciso: quello della guerra. Il sentimento di esclusione era figlio di un’esperienza catartica di morte e resurrezione, che potenzialmente poteva ripetersi all’infinito, generando scompensi di senso. Per Cingolani è diverso. E’ la vita odierna il suo riferimento diretto.
Il sentimento del limite, comune ai maestri, si scontra qui con quello dell’infinito. All’uomo moderno, ci verrebbe da dire, parafrasando Dostoevskij, tutto è possibile. Ma, come ci insegna Kierkeggard, è proprio allora, al vertice delle possibilità, che egli fa esperienza del limite.Senza un punto fisso di appoggio, un orizzonte certo di riferimento, ecco che l’uomo arretra. Dinanzi all’abisso, sceglie di tornare tra i simili, facendo un passo indietro. Di questo ci parlano le sculture filiformi di Cingolani, In silenzio, Ritratto, la serie dei Senza titolo sono il ritratto vivo e ispirato dell’uomo contemporaneo, colto nel momento dell’ascolto e dell’auto-introspezione psicologica. Tutto compresso è lo spazio, assorbito, come in un vortice, dalla figura in scena, fino a sparire, facendosi bidimensionale. Permane, certo, la speranza di forzare i nessi, interagendo con gli altri, ma prioritario è il senso.
L’uomo di Cingolani non si conosce e vuole conoscersi. Nel silenzio di una realtà finalmente pacificata, egli esperisce modalità nuove di esistenza, schiudendo prospettive inusitate in direzione della salvezza.
Viste dall’esterno, queste figure appaiono come tante monadi solitarie. Apparentemente leggere, appena appena abbozzate, si portano il peso delle cose dentro. Impossibilitato a decifrare il mistero che le anima, all’artista non resta che ricostruirne le tracce. Mimarne gli sforzi introspettivi, imitando le diverse pose plastiche.
Col solo materiale che ha a disposizione: il filo di ferro. Materiale inerte, e pure malleabile, che genera e dona la vita.
Opere in vendita in Art Gallery.