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Anna Maria Ferretti Damati. Il viaggio nell'Inferno di Dante nelle sculture di Anna Maria Ferretti Damati

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2011/12/20

 
 



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"Bianco e nero, purezza e brutalità, paradiso e inferno: i temi e i colori-non colori che animano l'opera di narrazione dell'artista." Anna Castellari

Il viaggio nell'Inferno di Dante nelle sculture di Anna Maria Ferretti Damati 

di Sonia Cosco

Come potrebbe interpretare una scultrice i passi della Divina Commedia? Anna Maria Ferretti Damati ha dato una risposta ripercorrendo con originalità e limpida ispirazione alcuni momenti chiave dell'Inferno dantesco. Le sue mani si muovono con urgenza sull'argilla, il marmo, il bronzo  che creano allegorie, luoghi emotivi e giochi letterari. La poesia viene manipolata e prende forma attraverso gli ossidi e gli additivi refrattari che svelano le eterne pene del contrappasso e le fissano per sempre ancora una volta.

Le tombe di Dall'Inferno di Dante: Canto 19, Eretici e Increduli 121 nascondono ai nostri occhi le anime degli eretici che vivono nella città di Dite. Attraverso lo sguardo di Ferretti Damati i sepolcri infuocati si mostrano come simbolo di purificazione per coloro che in vita si macchiarono del peccato dell'eresia e, come in vita non credettero nell'anima immortale, così per la legge del contrappasso devono morire e ancora morire. L'artista ricrea attraverso le tonalità del marrone, del nero e del bianco l'atmosfera angosciante e cupa del girone infernale dove “tutti li loro coperchi erano sospesi, e fuor n'uscivano li duri lamenti” come recitano i versi del sommo poeta. Ma nell'Inferno d'argilla di Ferretti Damati  altre anime, altri dannati, come gli avari e i prodighi (Dall'Inferno di Dante: Avari e Prodighi, Canto VII, verso 34) divisi in due schiere opposte, spingono pesi con il petto. Si scontrano e s'ingiuriano, si voltano e rifanno il semicerchio, affannandosi a trascinare massi, simbolo delle ricchezze accumulate o sperperate. Riaffiorano suggestioni da illustrazioni antiche, come quelle di Giovanni Stradano (XVI secolo) e le sfere opprimenti occupano lo spazio centrale di un libro bianco, di un campo di battaglia sporco e precario.
 
Esiste il peccato e non il peccatore nelle rivisitazioni materiche di Ferretti Damati, che è pesante, come forza gravitazionale su una scacchiera dove, come recita la Divina Commedia “poi si volgea ciascun, quand'era giunto/  per lo suo mezzo cerchio a l'altra sponda”.
 
La terra è percossa, il piano attraversato da linee scoscese e improvvise quando l'ispirazione dell'artista plasma dalla materia il peccato più seducente, quello della lussuria e la “bufera infernal” sembra trascinare chiunque si avvicini nell'opera Dall'Inferno di Dante: Peccati Carnali. Canto VI, Verso 31 . Il viaggio è ancora lungo ma lo finiamo prima del previsto con un tuffo nelle fredde acque del Cocito, il lago nel nono cerchio dell'Inferno dove vengono puniti i traditori e che “per gelo avea di vetro e non d'acqua sembiante” e qui (Dall'Inferno di Dante: Canto XXII, Verso 22) la composizione materica si frantuma come cristallo, perché nel fondo dell'Inferno non ribolle la fluida lava del peccato, ma l'algida e gelida mancanza di amore umano e divino.
 
 
 
Impronte in positivo
 
di Elena Ovecina
 
 
Anna Maria Ferretti Damati intrattiene un dialogo affettivo con due grandi maestri dell'informale: Francesco Somaini e Alberto Burri. L'incontro con Somaini avviene a Como nel suo studio-laboratorio, un momento importante per la scultrice che rimane affascinata dalla realizzazione delle impronte sull'argilla, impronte che Somaini stesso definisce la memoria storica del passato. Anche Anna sceglierà quindi lo stesso materiale per la possibilità di agire direttamente sulla materia e di lasciare la sua “impronta", ma in positivo, così come lei la sente, con una visione profonda e irreale della natura. Echi di ispirazione naturalistica si possono scorgere infatti in queste opere, nonostante la loro innegabile matrice astratta.
 
La conoscenza delle opere di Burri interviene in seguito, per fondersi con la base ispiratrice di Somaini. È l'opera di Burri che porterà l'artista ad affidarsi quasi esclusivamente al bianco e nero, i due non colori che diventeranno elementi basilari della sua espressione artistica. La dimensione materica infatti non è l'unico tratto distintivo delle sculture astratte della Ferretti Damati. L'uso del colore conferisce una caratteristica del tutto peculiare a queste opere. La materia grezza si trasforma grazie al modus operandi prevalentemente pittorico: l'artista lavora la superficie concentrandosi sulla forma, sulla mutevolezza della luce, sulle vibrazioni del colore, facendo dialogare i bianchi, i neri e i rossi. Nei suoi bassorilievi, Anna Maria Ferretti Damati usa una superficie piatta proprio come una tela sulla quale gioca con i pieni e i vuoti, vi colloca le sue impronte in positivo, mettendo in luce le caratteristiche intrinseche dell'argilla. 
 
La scelta dei colori non è affatto casuale, il bianco è il nero sono connotati dal punto di vista emotivo e rispecchiano l'eterna dialettica tra la luce e il buio che tanto affascina l'artista. Il bianco è associato istintivamente alla luce del mattino. Il nero è come una patina sotto la quale vive intensamente il colore, percepibile con l'immaginazione. L'assenza di luce rende il colore percepibile soltanto attraverso delle impressioni nel buio. L'attrazione per il nero, che nasconde tutti i colori, spiega anche l'amore dell'artista per l'oscuro Inferno di Dante. Le opere della Ferretti Damati contengono non a caso molti riferimenti letterari all'opera dantesca, e probabilmente la scultura astratta  si rende particolarmente adatta a ritrarre l'uomo con la sua carne e il suo spirito, la mutevolezza della luce rispecchia anche idealmente la mutevolezza dell'animo umano. Con diverse tecniche di cottura dell'argilla, l'artista realizza le sue visioni e le sue emozioni plasmando la materia, conferendo sempre nuove forme ai propri pensieri.
 
 
 
Fotoplastografia 
La quarta dimensione scultorea attraverso lo sguardo fotografico.
 
di Jacopo Caggiano 
 
Anna Maria Ferretti Damati non è solo una scultrice. Lʼartista va oltre i classici canoni scultorei e, tramite unʼattenta cura tecnica, modella situazioni tridimensionali alternative. 
Se la dovessi intervistare la domanda che sicuramente le porrei sarebbe: “Nel suo mondo artistico concettuale è nata prima la scultura o la fotografia?” 
Domanda imperativa ed impegnativa sotto ogni aspetto visivo e filosofico. Quello che invece so per certo è che riesco a perdere lo sguardo soffermandomi ad ogni dettaglio ed a ogni segno impresso nellʼargilla. 
Da un lato vedo la mia infanzia: sequenze di personaggi plastilicini animati tramite stopmotion; dallʼaltro lato scorgo le maestose fotografie di paesaggi americani del maestro Ansel Adams. 
Lʼautrice tende a non utilizzare il colore nelle proprie composizioni come a ricordare le metodologie ottico-chimiche dellʼera post moderna. Gli intenti sono nobili ed è evidente 
lʼaffermazione Io non uso trucchi digitali ma piuttosto gli strumenti quotidiani che la natura mi mette a disposizione: il corpo, lʼargilla ed il fuoco.
Lʼartista scolpisce e compone poesie visive: citazioni dantesche succedono scorci paesaggistici immortali. Un fluxus di input immaginifici correlato alla concretezza e semplicità quasi da cartolina. 
Lʼunico elemento estraneo a questo tipo di sperimentazione è lʼovvia assenza della grana fotografica prodotta dai reagenti chimici coinvolti nello sviluppo delle pellicole fotosensibili; casuale per ogni scatto ma facilmente riconoscibile. 
Lo spessore fisico delle opere emerge allo sguardo intransigente dellʼosservatore famelico di nuove emozioni. 
 
La terza dimensione virtuale fotografica viene infranta e sviluppata ulteriormente per stabilirne una quarta più profonda ed oltre gli schemi bidimensionali, pittorici e scultorei. 
Le opere dʼarte, a loro volta fotografate, acquisiscono un dualismo della forma e creano un corto circuito visivo; è come trovarsi in mezzo a due specchi: ci si perde nei roboanti 
riflessi i quali, a loro volta, ne creano altri nella parte opposta e così via allʼinfinito. 
In Paesaggio In Bianco E Nero ad esempio ci si sente come un osservatore remoto ed orbitante: un satellite voyeur a caccia di territori incontaminati dallʼumanità. 
Il viaggiatore friedrichano sosterebbe volentieri sopra di un picco, con il suo bastone ben piantato sulla cima, scrutando il bianco ed infinito orizzonte che si diffonde ai suoi piedi 
stanchi. Cosa potrebbe pensare memore di precedenti paesaggi nebbiosi sconfinati? 
Così come il regista tedesco Werner Herzog in costante affanno nella ricerca di ambienti incontaminati anche la scultrice Anna Maria Ferretti Damati riproduce la sua inquadratura denuclearizzata, plastica ed immortale perché segnata inevitabilmente per lʼeternità attraverso il fuoco purificatore dei forni ceramici. 
 
 
Opere in vendita nella GALLERY.


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